La nuova ricerca INAPP rivela due modi differenti di vivere il lavoro agile: per le donne è soprattutto uno strumento di conciliazione, per gli under 35 una condizione sempre più importante nella scelta dell'impiego. Ma flessibilità e opportunità non vanno sempre di pari passo.
La libertà di lavorare lontano dall'ufficio non ha necessariamente lo stesso significato per tutti. Per qualcuno significa riuscire a organizzare meglio una giornata già piena di impegni; per altri scegliere un'azienda, costruire una carriera o semplicemente immaginare un rapporto diverso con il lavoro. La nuova ricerca INAPP sulla qualità del lavoro, pubblicata a settembre 2026, mostra quanto le aspettative verso lo smart working cambino soprattutto tra donne e giovani.
Le donne non chiedono necessariamente di abbandonare l'ufficio. Chiedono di poter scegliere quando andarci. Tra le lavoratrici che già utilizzano lo smart working, l'81,8% vorrebbe continuare, contro il 72,4% degli uomini. E tra quelle che non vi hanno accesso, il 18,8% vorrebbe sperimentarlo, rispetto al 13,1% della componente maschile.
La preferenza femminile riguarda soprattutto le formule ibride: il 52,4% indica soluzioni che prevedono uno o più giorni settimanali a distanza. Non è difficile comprenderne le ragioni, considerando quanto il lavoro domestico e di cura continui a gravare in modo diseguale sulle famiglie.
Ma qui emerge una questione che le imprese dovrebbero affrontare: la flessibilità può aiutare a conciliare gli impegni senza necessariamente redistribuirli. Il rischio è che il lavoro agile diventi una risposta individuale a un problema collettivo, permettendo di lavorare mentre si continua a sostenere gran parte delle responsabilità familiari.
Per i giovani il remoto è anche una scelta di carriera
Tra gli under 35 che già lavorano in smart working, l'83,3% desidera continuare. Nelle professioni compatibili con il lavoro a distanza, il 45,2% dei giovani vorrebbe lavorare da remoto, contro il 34,3% dei lavoratori tra 35 e 54 anni.
La possibilità di lavorare fuori dall'ufficio non rappresenta dunque soltanto un benefit, ma può diventare un elemento importante nell'attrazione e nella permanenza dei talenti.
Eppure gli stessi giovani conoscono bene i limiti del modello. Tra gli under 35 che vogliono continuare a lavorare da remoto, il 58,3% riconosce il rischio di isolamento. Il paradosso è evidente: si desidera maggiore indipendenza, ma si teme di perdere proprio quelle relazioni attraverso le quali si impara un mestiere, si costruisce una rete professionale e si ottiene riconoscimento.
La flessibilità non è distribuita equamente
Esiste poi una barriera meno visibile. Tra i giovani smart worker soltanto il 7,1% ha un contratto a termine, contro il 21% dei coetanei che non lavorano in modalità agile. La flessibilità sembra quindi più accessibile proprio a chi possiede già una maggiore stabilità professionale.
È forse la contraddizione più rilevante per chi si occupa di risorse umane: uno strumento potenzialmente capace di rendere il lavoro più inclusivo può finire per accentuare le distanze tra lavoratori.
Per questo la sfida non dovrebbe limitarsi a concedere giornate da remoto, ma riguardare la qualità dell'organizzazione. Servono percorsi di inserimento efficaci, occasioni di apprendimento e confronto, criteri trasparenti di valutazione e opportunità di carriera indipendenti dalla presenza fisica.
Il futuro dello smart working non si misurerà soltanto da quanti lavoratori potranno scegliere dove lavorare, ma da quanti potranno farlo senza sacrificare crescita professionale, relazioni e pari opportunità. Perché la vera libertà non consiste semplicemente nel poter restare a casa, ma nel non essere penalizzati per aver scelto di farlo.