Le scrivanie tra i prati fanno ottime fotografie. Il tema vero è un altro: poter vivere, soggiornare e svolgere lavori contemporanei in montagna senza essere costretti a tornare in città.
Qualche ora fa Lorenzo Ferrari ha pubblicato su LinkedIn una cosa che aveva appena scoperto e che, bisogna riconoscerlo, si presta magnificamente a un post: in Alta Badia ci sono delle postazioni in legno dove aprire il computer e lavorare con le Dolomiti davanti agli occhi, alimentate da pannelli solari e con la possibilità, una volta chiuso il portatile, di depositarlo in un armadietto e andarsene a camminare. “Stupendo!”, conclude Ferrari, chiedendo ai suoi follower cosa ne pensino.
Le risposte sono state quasi più interessanti della fotografia. Accanto a chi trovava bellissima l’idea, qualcuno ha protestato che la montagna dovrebbe essere luogo di “distacco, lentezza, fatica fisica, contemplazione e silenzio” e che portarci laptop e connessioni rischierebbe di snaturarla. Ed è qui che una piccola curiosità da LinkedIn diventa, involontariamente, una provocazione molto più interessante.
Intanto perché non c’è nessuna notizia: le due postazioni di Movimënt risalgono all’estate del 2020 (e l'azienda fa molto altro),quando lo smart working era improvvisamente diventato il grande argomento nazionale. Una si trovava nei pressi di Piz La Ila e l’altra in zona Bioch, entrambe a circa duemila metri, con scrivania, presa elettrica e USB alimentate da pannello fotovoltaico. Nel 2021 l’iniziativa venne riproposta parlando del “successo” della prima stagione, ma non risultano dati pubblici che dicano quante persone abbiano effettivamente lavorato da quelle due postazioni.
E forse non importa nemmeno molto, perché prese per quello che erano quelle scrivanie sembrano soprattutto una piccola e intelligente operazione di marketing territoriale. Sei anni dopo sono ancora fotografate, riscoperte e condivise: se l’obiettivo era associare l’Alta Badia a natura, libertà e nuovi modi di vivere il territorio, due tavoli di legno hanno prodotto una quantità di comunicazione difficilmente replicabile con una normale campagna pubblicitaria.
Il problema nasce quando dall’immagine si passa all’idea che quella sia davvero la rappresentazione del mountain working. Perché lavorare dalla montagna non significa necessariamente lavorare sulla cima della montagna, così come lavorare a Roma non significa mettere una scrivania davanti al Colosseo e lavorare sotto il sole.
Non servono necessariamente mucche, fiorellini e panorama
A me, per inciso, è capitato davvero di lavorare all’aperto tra i fiordi in Norvegia o a 1800 metri sulle Dolomiti, e quando il tempo, il lavoro e la connessione lo permettono non c’è niente di particolarmente eroico o sacrilego nel farlo. Ma non è questo il punto.
Nella vita reale lavorare dalla montagna significa molto più banalmente lavorare dalla propria casa se si abita in un paese alpino, da un appartamento preso per qualche settimana, dalla camera di un albergo, da una biblioteca, da un coworking o da uno spazio tranquillo nel quale rifugiarsi per due ore quando serve una videochiamata. Significa anche poter partire per qualche giorno e non essere obbligati a tornare domenica sera soltanto perché lunedì mattina bisogna lavorare.
E, soprattutto, significa ricordarsi una cosa talmente ovvia che curiosamente tendiamo a dimenticarla: in montagna c’è gente che vive.
Per chi arriva dalla città il venerdì sera, la montagna può essere silenzio, contemplazione, sci, sentieri, niente e-mail e telefono spento. Ed è perfettamente legittimo volerla vivere così. Per chi invece a San Candido, Bormio o nella provincia di Aosta, Belluno o in un piccolo comune dell’Appennino ci abita dodici mesi l’anno, il lunedì mattina arriva esattamente come arriva a Milano.
E quel lavoro non deve necessariamente consistere nel fare formaggio, gestire un rifugio, accompagnare escursionisti o lavorare in albergo.
La montagna può avere anche lavori che non sono “di montagna”
È probabilmente questa la questione più importante e anche quella meno raccontata. Il lavoro a distanza permette, almeno per alcune professioni, di spezzare un legame che per decenni è sembrato inevitabile: per svolgere determinati mestieri bisognava vivere vicino al luogo nel quale si trovava l’azienda.
Un programmatore, un architetto, un consulente, un traduttore, un amministrativo, un ricercatore, un designer, un giornalista o un dipendente di un’impresa che lavora in modalità ibrida possono oggi trovarsi in una valle alpina senza che il loro mestiere debba avere alcuna relazione con la montagna.
Non è una fantasia da digital nomad. L’Unione europea ha finanziato proprio per questo AlpSatellites, progetto sviluppato tra il 2022 e il 2024 per studiare lavoro remoto, coworking e satellite office come possibili strumenti per contrastare declino demografico e invecchiamento nelle aree alpine, attirando e integrando lavoratori e nuovi residenti. Tra i casi analizzati c’era anche la Valle d’Ayas, dove è stata studiata la sostenibilità economica di possibili spazi di coworking.
Il progetto non sostiene, naturalmente, che basti mettere il Wi-Fi in un paese per invertire lo spopolamento. Sarebbe ingenuo. Per vivere stabilmente in montagna servono abitazioni disponibili, trasporti, sanità, scuole, servizi e opportunità per il resto della famiglia. Ma la possibilità di continuare a svolgere il proprio mestiere è certamente una delle condizioni perché la scelta possa almeno essere presa in considerazione.
Su questo consiglio anche la lettura di Andrea Ferrazzi, Il futuro ad alta quota. Montagne, aree interne, periferie. La rivincita dei luoghi che vogliono contare, pubblicato da Rubbettino. Il libro parte proprio dal rifiuto di una montagna condannata alternativamente alla nostalgia o alla marginalità e prova a leggerla invece come possibile laboratorio di innovazione, capace di attirare giovani, imprese, competenze e nuove forme di sviluppo. La tesi non è che ogni borgo debba riempirsi di nomadi digitali, ma che le terre alte non debbano essere trattate come territori il cui futuro è già stato deciso.
Ed è forse proprio qui che l’idea della montagna come luogo esclusivamente ascetico diventa problematica: perché è una bellissima idea per chi viene a passarci una settimana, molto meno per chi vorrebbe viverci tutto l’anno.
Il turista che lunedì non deve più scappare
Poi c’è un secondo fenomeno, economicamente interessante soprattutto per le destinazioni turistiche: non chi decide di trasferirsi, ma chi grazie al lavoro remoto può rimanere.
Da questo punto di vista il coworking di Mottolino, a Livigno, è assai più significativo delle scrivanie nei prati. Non è un gabbiotto sulla vetta: è uno spazio di lavoro vero alla partenza della cabinovia, raggiungibile in autobus o in automobile, con connessione veloce, stampante, schermo per conference call, aree per lavorare e riunirsi. Quando aprì, tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023, costava 9 euro per mezza giornata e 15 per quella intera e registrò circa 50 utilizzatori nelle prime tre settimane, oltre a due meeting aziendali. Oggi l’ingresso parte da 10 euro e l’intero spazio può essere riservato a partire da 120 euro.
Cinquanta persone non sono una rivoluzione e sarebbe ridicolo raccontarle come tale, ma dimostrano che un bisogno esiste. Se la famiglia scia e io devo lavorare per quattro ore, ho un posto nel quale farlo. Se posso lavorare lunedì e martedì da Livigno, forse invece di ripartire domenica rimango due notti in più.
A Madonna di Campiglio Refyouge porta questa logica ancora più vicino alla necessità occasionale (anche qui un po' da marketing... ma ci sta!): una piccola struttura attrezzata con banda larga, monitor, stampante, riscaldamento e tutto ciò che serve per lavorare, prenotabile anche soltanto per due ore a 20 euro; mezza giornata costa 38 euro e dodici ore 65. La stessa presentazione parla esplicitamente di appuntamenti online “anche quando sei in vacanza”. Non è necessario fingere di desiderare otto ore davanti al computer con le Dolomiti alle spalle: magari alle undici hai semplicemente una riunione che non puoi evitare.
Ancora più interessante è il caso del Rifugio Guido Rey, in Val di Susa, perché dall’estate 2024 ha installato Wi-Fi a banda larga e attrezzato due camere con postazioni da ufficio, offrendo tariffe agevolate a lavoratori e studenti che scelgono di soggiornare lì mentre lavorano o studiano. Questo assomiglia molto più alla vera promessa del lavoro remoto: non andare in rifugio per lavorare, ma poter rimanere qualche giorno in rifugio anche se bisogna lavorare.
E poi c’è chi in montagna ci abita già
È forse il caso meno spettacolare e proprio per questo il più importante. Nell’agosto 2026 a Rocca di Cambio, il comune più alto dell’Appennino, è stato aperto uno spazio pubblico e gratuito dedicato a smart working, studio e attività professionali, con Wi-Fi ad alta velocità, prese, tavoli, oltre cento posti e un’area per conferenze. Non promette fotografie da copertina con il laptop sospeso sopra una vallata: promette semplicemente un posto nel quale poter lavorare.
Ed è probabilmente da iniziative come questa, molto più che dalla scrivania panoramica, che dovremmo partire quando parliamo seriamente di lavoro e montagna.
Perché il vero salto culturale non consiste nell’accettare che qualcuno possa mandare una mail accanto a una pista da sci. Consiste nell’accettare che una persona possa scegliere di avere la propria vita in un territorio montano e un lavoro che si trova, contrattualmente o organizzativamente, a Milano, Londra o magari dall’altra parte del mondo.
Questo non significa trasformare ogni valle in un coworking, né sostenere che tutti desiderino vivere lontano dalle città. E tantomeno significa portare il lavoro in ogni momento della nostra vita: il diritto a spegnere il computer rimane esattamente importante quanto la possibilità di accenderlo lontano dall’ufficio.
Significa però aggiungere una possibilità che prima non esisteva.
Ed è qui che forse le reazioni alla simpatica trovata di Movimënt raccontano più di quanto sembrino. C’è ancora una rappresentazione della montagna come scenario: bellissimo, da visitare, fotografare, rispettare e poi lasciare per tornare nel luogo nel quale si svolge la “vita vera”. Una montagna per turisti, contemplativi o per chi esercita i pochi mestieri che siamo abituati a considerare tradizionalmente montani.
Ma una montagna viva deve poter essere anche molto più banalmente un posto nel quale lunedì mattina qualcuno apre il computer, qualcun altro entra in fabbrica, qualcuno accompagna i figli a scuola, un altro munge le vacche e un altro ancora fa una call con New York.
Le scrivanie di Movimënt possono quindi rimanere tranquillamente quello che sono: una riuscita e divertente trovata di marketing. Non abbiamo bisogno di lavorare tutti tra le mucche e i fiorellini e probabilmente, dopo qualche ora, molti di noi preferirebbero una sedia, un tetto e una presa elettrica.
La vera innovazione sarebbe molto meno fotografabile: fare in modo che chi vuole vivere o trascorrere più tempo in montagna non debba andarsene semplicemente perché ha un lavoro.
Quello sì sarebbe mountain working.