La ricerca NOMAG su 1.056 rispondenti internazionali sposta la discussione alla possibilità concreta di abitare e lavorare in Italia per qualche mese.
Nella fotografia più utilizzata per raccontare il nomadismo digitale c’è quasi sempre una persona sola. Un portatile aperto, un panorama e nessuna traccia di ciò che permette alla giornata di funzionare. Non si vede un partner che deve lavorare nella stessa casa, un figlio da accompagnare, una visita medica da organizzare o un treno da prendere. Il problema comincia quando quella fotografia smette di essere una semplificazione pubblicitaria e diventa il modello con cui progettare l’accoglienza.
Digital Nomad: finalmente anche in Italia… almeno per un po’, il primo libro della collana NOMAG Research, parte da una domanda diversa: che cosa chiede un pubblico internazionale che potrebbe vivere e lavorare temporaneamente in Italia? Le risposte descrivono una mobilità inserita dentro vite professionali già costruite, con impegni e abitudini che non scompaiono appena si chiude la porta dell’ufficio.
La flessibilità riguarda anche chi viaggia insieme
Il 78,2% dei rispondenti alla domanda sulla composizione del soggiorno immagina di vivere in Italia con partner, figli o altri familiari. Soltanto l’11,8% si vede da solo. Il 69,2%, in una domanda distinta, si colloca nelle categorie senior, executive, fondatore o imprenditore, pensionato o semi-pensionato. Non sono percentuali da sovrapporre per costruire un identikit individuale, ma indicano quanto sia riduttivo progettare tutto intorno al giovane freelance senza vincoli.
Per chi si occupa di organizzazione del lavoro la conseguenza è concreta. Rendere possibile un periodo altrove non equivale soltanto a spostare una scrivania: occorre che il soggiorno sia compatibile con il lavoro, con le altre persone coinvolte e con le condizioni della destinazione. Le risposte del questionario non misurano le politiche aziendali, ma aiutano a vedere ciò che un’offerta rivolta esclusivamente al singolo lavoratore rischia di ignorare.
Uno spazio tra la vacanza e il trasferimento
Il 66,8% indica uno-tre mesi come permanenza ideale. Il 72,4% preferisce un’intera casa privata o un appartamento con servizi, mentre stanze condivise e coliving raccolgono insieme il 15,6%. Un’abitazione con cucina, lavatrice e spazi compatibili con due persone che lavorano non è semplicemente un alloggio più confortevole: permette di mantenere una routine senza doverla negoziare ogni mattina.
Questa durata pone una questione anche agli operatori. Un’offerta ragionata soltanto a notte può diventare poco adatta a un soggiorno di otto settimane; una soluzione pensata per una permanenza lunga può risultare rigida. Il dato non garantisce prenotazioni future, ma identifica una domanda da verificare con prodotti, prezzi e servizi coerenti. Chiamarla workation non basta a risolvere il problema abitativo.
La connessione non porta alla stazione
Alla domanda sui servizi che influenzano la scelta del luogo, trasporti e accessibilità raggiungono il 65,8%, sanità e servizi quotidiani il 59,8%, internet affidabile o workspace il 45,5%. Le opzioni erano multiple: il confronto non significa che il restante pubblico possa lavorare senza connessione. Significa che, dentro un’offerta rivolta a chi lavora online, il funzionamento materiale della destinazione conserva un peso decisivo.
Anche il 49,4% che considererebbe seriamente una città media va letto in questo quadro. Non dimostra l’inutilità dei piccoli centri; suggerisce che i loro collegamenti e l’accesso ai servizi meritino almeno la stessa attenzione riservata all’apertura di un coworking. Migliorare queste condizioni può servire contemporaneamente a chi arriva e a chi vive già sul posto.
La ricerca e la domanda che lascia aperta
La rilevazione di base è stata condotta in inglese tra giugno e luglio 2026 su contatti selezionati del pubblico NOMAG: 1.056 risposte, di cui 981 complete sulle 20 domande iniziali, con sei variabili supplementari nell’edizione di settembre. È un campione intenzionale, non rappresentativo di tutti i nomadi digitali; le basi cambiano per domanda. Il libro, pubblicato da NOMAG Media anche in inglese come At Last, Italy… At Least Temporarily, sarà presentato il 24 settembre a Roma.
Il suo contributo al dibattito sul lavoro flessibile è chiedere maggiore precisione. Un professionista che torna per due mesi può creare una relazione durevole con un territorio senza trasferirvi la residenza. È un risultato da valutare, non una promessa di ripopolamento da aggiungere al comunicato. Prima di immaginare la comunità che vorremmo attrarre, conviene capire quale vita quelle persone stanno cercando di portare con sé.
La presentazione a Roma
24 settembre 2026, ore 17.00 · Centro Studi Americani, Via Michelangelo Caetani 32, Roma. L’incontro presenta i primi risultati RELOCALS e la collana NOMAG Research.
Iscrizioni su Eventbrite