Una nuova ricerca britannica indica che il lavoro da casa può aumentare le opportunità occupazionali per persone con disabilità e lavoratori over 50. Una questione che riguarda anche le politiche di rientro in ufficio.
C'è un elemento che scompare dal dibattito sullo smart working. Mentre le aziende discutono di produttività e presenza obbligatoria, alcune persone affrontano una questione più concreta: senza poter lavorare da casa, potrebbero non riuscire affatto a lavorare.
Una ricerca di Ian Burn, Melissa Gentry e Joanna Lahey, presentata il 19 ottobre su VoxEU/CEPR, offre nuove evidenze. Confronta il mercato britannico nel 2018–2019 e nel 2023–2024 per stimare come l'espansione del lavoro da casa abbia inciso sull'occupazione delle persone con disabilità fisiche e degli over 50.
Il risultato è significativo: un aumento di un punto percentuale nella diffusione del lavoro da casa in una professione determina, secondo le stime econometriche dello studio, un incremento di circa lo 0,9% dell'occupazione a tempo pieno delle persone con disabilità fisiche. Per i lavoratori tra 50 e 64 anni l'effetto stimato è dello 0,4%.
Non significa che ogni azienda possa ottenere quelle percentuali autorizzando un giorno di smart working: le stime riguardano gruppi professionali e un preciso contesto storico. Mostrano però che la flessibilità può incidere sull'accesso stesso all'occupazione.
Il problema non è soltanto il tragitto
Per una persona con limitazioni fisiche, malattia cronica o determinate esigenze di cura, raggiungere quotidianamente un ufficio può rappresentare un ostacolo importante. Il lavoro da remoto può ridurlo senza necessariamente diminuire il contributo professionale. Nello studio, l'aumento del lavoro da casa non produce variazioni significative delle ore settimanali normalmente lavorate dai gruppi considerati.
Si osservano riduzioni dei tempi di spostamento, ma anche effetti salariali leggermente negativi. Gli autori invitano alla prudenza: una maggiore offerta di lavoratori disponibili può influenzare i compensi. La flessibilità non è automaticamente sinonimo di condizioni migliori sotto ogni aspetto.
Il rientro in ufficio non ha lo stesso costo per tutti
Una politica uniforme di presenza obbligatoria può produrre conseguenze differenti su persone che svolgono la stessa funzione. Per qualcuno significa riorganizzare il tragitto. Per altri può compromettere la possibilità di continuare a lavorare.
Questo non dimostra che il remoto sia sempre preferibile: alcuni ruoli richiedono presenza. La domanda corretta è quali attività la richiedano davvero, con quale frequenza e per quali ragioni verificabili.
La ricerca britannica non dimostra che gli stessi effetti quantitativi si producano in Italia. Offre però un'indicazione per le imprese che stanno ridisegnando le politiche di lavoro: se una modalità organizzativa permette a una persona qualificata di rimanere occupata, eliminarla non è necessariamente una decisione neutrale.
Forse dovremmo valutare lo smart working anche così: non soltanto chiedendoci quanto produce chi lavora da casa, ma quante persone possono lavorare proprio perché ne hanno la possibilità.