L’incertezza occupazionale non riguarda soltanto il rischio di licenziamento: pesa sulla fiducia, sul coinvolgimento e sulla produttività. E il ritorno in ufficio non basta a risolverla.
Il lavoro c’è, ma la sensazione che possa scomparire da un momento all’altro è sempre più diffusa. Soltanto il 20% degli occupati italiani ritiene che il proprio posto non sia esposto al rischio di eliminazione.
Il dato emerge dal rapporto People at Work 2026 di ADP Research, ripreso dal Sole 24 Ore, e colloca l’Italia leggermente al di sotto della media europea, pari al 21%. In Austria si sente sicuro il 27% dei lavoratori, in Francia il 26%, nel Regno Unito il 25%, mentre Germania e Spagna raggiungono il 24%.
Il dato deve però essere interpretato correttamente. Non significa che l’80% degli italiani si aspetti necessariamente un licenziamento imminente. Significa, piuttosto, che solo una minoranza può escludere con convinzione che il proprio ruolo venga ridimensionato, trasformato o cancellato.
Una percezione alimentata dalle riorganizzazioni aziendali, dall’incertezza economica e dall’introduzione dell’intelligenza artificiale nei processi di lavoro.
L’incertezza aumenta scendendo nella gerarchia
La sicurezza percepita cambia sensibilmente in base alla posizione occupata. In Italia dichiara di sentirsi al sicuro il 35% dei componenti della C-suite e il 31% dei dirigenti di livello superiore.
La percentuale scende al 23% tra i manager intermedi, al 21% tra i responsabili di prima linea e arriva al 18% tra i collaboratori individuali.
Non sorprende che chi partecipa alle decisioni strategiche e conosce in anticipo i programmi dell’impresa si senta più protetto. Chi si trova nei livelli operativi, al contrario, spesso subisce le trasformazioni senza comprenderne tempi, obiettivi e conseguenze.
Il problema, quindi, non è soltanto la stabilità reale dell’impiego. È anche la quantità e la qualità delle informazioni che l’organizzazione mette a disposizione delle persone.
La sicurezza produce risultati
La fiducia nel futuro non è soltanto una questione di benessere psicologico. Secondo ADP, chi considera sicuro il proprio lavoro avrebbe una probabilità sei volte superiore di sentirsi pienamente coinvolto e 3,3 volte maggiore di dichiarare livelli elevati di produttività.
È un passaggio importante per le aziende. L’insicurezza prolungata non rende necessariamente le persone più attente o motivate. Può produrre l’effetto opposto: riduzione dell’iniziativa, minore disponibilità a sperimentare, disimpegno e ricerca di alternative.
Un dipendente che teme di essere sostituito difficilmente investirà energie in un progetto di lungo periodo. Tenderà piuttosto a proteggersi, limitando il rischio personale e concentrandosi sulla sopravvivenza professionale.
Anche le differenze tra le categorie sono significative. Tra i knowledge worker la quota di chi si sente sicuro raggiunge circa il 24%, mentre scende al 16% tra i lavoratori specializzati. Nelle imprese con più di mille dipendenti la fiducia arriva al 25%, contro il 17% registrato nelle aziende fino a 249 addetti.
Non si risolve tutto riportando le persone in ufficio
Di fronte alla perdita di controllo, molte imprese hanno risposto irrigidendo le politiche di presenza e riducendo il lavoro da remoto. Ma la vicinanza fisica non genera automaticamente sicurezza.
Essere cinque giorni alla settimana in ufficio non chiarisce se una funzione sarà ancora necessaria tra due anni, quali attività verranno automatizzate o quali competenze saranno richieste.
Anzi, utilizzare il ritorno in sede come strumento di controllo può accentuare la distanza tra azienda e lavoratori. La sicurezza nasce soprattutto dalla possibilità di comprendere il cambiamento e di avere gli strumenti per affrontarlo.
Questo significa comunicare con chiarezza le trasformazioni in corso, spiegare come l’intelligenza artificiale modificherà i diversi ruoli e costruire percorsi credibili di aggiornamento professionale.
Dalla sicurezza del posto alla sicurezza delle competenze
In un mercato in continua evoluzione, nessuna impresa può garantire che ogni posizione rimanga identica nel tempo. Può però garantire trasparenza, formazione e possibilità di sviluppo.
È necessario passare dalla promessa, spesso poco realistica, di un posto immutabile alla costruzione di una maggiore sicurezza professionale: sapere che le proprie competenze continueranno ad avere valore, anche quando cambieranno strumenti, mansioni e modelli organizzativi.
Per questo smart working, formazione e gestione delle persone non possono essere affrontati come temi separati. L’autonomia funziona quando è accompagnata da obiettivi comprensibili, fiducia reciproca e prospettive professionali visibili.
Il dato italiano racconta quindi qualcosa di più profondo della semplice paura di perdere il lavoro. Racconta una crisi di fiducia tra persone e organizzazioni.
E quando solo un lavoratore su cinque crede davvero nel proprio futuro professionale, il problema non riguarda più soltanto i dipendenti. Riguarda la capacità stessa delle imprese di innovare, trattenere competenze e crescere.