Oltre 400 hub e una strategia con 36 misure fino al 2030. L'Irlanda trasforma il lavoro da remoto in infrastruttura economica e territoriale.
Mentre molte grandi aziende europee continuano a discutere se riportare i dipendenti in ufficio tre, quattro o cinque giorni alla settimana, l'Irlanda ha deciso di affrontare il problema da un'altra prospettiva: e se l'ufficio fosse molto più vicino a casa?
Il Governo irlandese ha presentato la National Hub Network Strategy 2026–2030, un programma quinquennale che comprende 36 misure per rafforzare la rete nazionale degli spazi di lavoro distribuiti sul territorio.
Non si parte da zero. Connected Hubs, nato nel 2021, è diventato un sistema che conta oltre 400 hub, distribuiti anche in comunità rurali e centri lontani dai principali poli economici.
La differenza rispetto a molti progetti locali di coworking è proprio questa: non si tratta di singoli spazi che cercano di sopravvivere attraverso affitti occasionali delle scrivanie, ma di una rete sostenuta da una strategia nazionale, con strumenti condivisi e obiettivi di sviluppo economico.
La nuova strategia interviene su tre dimensioni: comunità digitalmente connesse, lavoro negli hub e sviluppo delle imprese. Accanto agli spazi fisici vengono quindi considerati connettività, servizi digitali, formazione, mentoring e opportunità per gli imprenditori.
È una visione più ampia del semplice lavoro da remoto. Un hub può permettere a un dipendente di ridurre gli spostamenti, ma può anche ospitare un professionista indipendente, offrire una base operativa a una piccola impresa e diventare un luogo di incontro per persone che altrimenti lavorerebbero isolate.
Naturalmente non basta aprire uno spazio e dotarlo di una buona connessione. La sostenibilità economica degli hub dipende dall'utilizzo effettivo, dalla qualità dei servizi e dalla capacità di inserirsi nell'economia locale.
Anche per i responsabili HR questa evoluzione pone questioni concrete. Lavorare da un hub non equivale necessariamente a lavorare da casa: cambiano sicurezza informatica, riservatezza delle conversazioni, gestione delle postazioni e responsabilità organizzative.
Ma offre anche un compromesso interessante. Le aziende possono mantenere occasioni di collaborazione in presenza senza obbligare ogni dipendente a raggiungere quotidianamente una sede centrale, mentre i lavoratori possono separare meglio ambiente domestico e professionale.
Per l'Italia il confronto è inevitabile. Abbiamo numerosi coworking, iniziative territoriali, spazi pubblici recuperati e progetti dedicati al lavoro agile. Quello che spesso manca è un coordinamento stabile che permetta di considerarli un'infrastruttura diffusa, riconoscibile e accessibile.
L'Irlanda sta cercando di fare proprio questo: passare dall'esperimento locale alla rete nazionale.
Il risultato non è garantito. Bisognerà misurare occupazione degli spazi, costi di gestione, impatto sulle economie locali e reale riduzione degli spostamenti.
Ma il messaggio è già chiaro: il futuro del lavoro non dipende soltanto da quante persone possono lavorare fuori dall'ufficio. Dipende anche da quanti luoghi possono diventare sedi credibili per lavorare bene.