Negli ultimi anni abbiamo imparato una cosa importante: il lavoro non vive più solo negli uffici.
Ma non vive nemmeno, semplicemente, online.
Il lavoro vive nei contesti.
Un recente articolo pubblicato nella newsletter DealBook del New York Times racconta un fenomeno sempre più visibile: aziende e team che scelgono borghi e villaggi rurali per retreat, off-site e momenti di lavoro condiviso, lontano da città congestionate e hotel standardizzati.
Il racconto del NYT fotografa bene un trend. Ma rischia di fermarsi un passo prima della domanda più interessante: perché certi luoghi fanno lavorare meglio?
Non si tratta solo di “staccare”.
Né di organizzare eventi aziendali più suggestivi.
Chi lavora da remoto o in modalità ibrida lo sperimenta da tempo: il luogo influisce sulla qualità del lavoro quanto — se non più — degli strumenti digitali. Silenzio, ritmo, relazione con il tempo, possibilità di concentrazione e di incontro non casuale sono elementi che incidono direttamente su creatività, decisioni e benessere.
È qui che il discorso si allarga oltre il corporate.
Alcuni territori offrono qualcosa che manca sia agli uffici tradizionali sia al lavoro completamente atomizzato: una struttura umana.
Spazi dove lavoro e vita non sono separati artificialmente, ma dialogano.
Come sottolinea da anni Giancarlo Dall’Ara, i luoghi funzionano quando non sono ridotti a contenitori di esperienze. Un borgo, una masseria, un piccolo centro non “ospitano” soltanto: mettono in relazione persone, attività quotidiane, servizi, tempo lungo.
In questo senso, il lavoro di ITS Italy, raccontato anche da Matteo Cerri, parte da un presupposto semplice: non creare destinazioni temporanee per lavoratori di passaggio, ma luoghi in cui il lavoro possa trovare continuità.
Non solo retreat aziendali, quindi, ma contesti capaci di accogliere:
- lavoratori remoti
- professionisti in transizione
- team distribuiti
- italiani di ritorno
- stranieri che scelgono uno stile di vita consapevole
Il punto non è “andare via” dall’ufficio.
È ritrovare condizioni sane per lavorare bene.
Il successo di questi luoghi non dipende dalla loro distanza dalle città, ma dalla loro coerenza: ritmi sostenibili, relazioni reali, spazi che favoriscono concentrazione e scambio senza forzature.
Forse il vero segnale, dietro il boom dei retreat raccontato dal New York Times, è questo:
stiamo finalmente riconoscendo che il lavoro non è solo una funzione economica, ma una pratica umana.
E come tutte le pratiche umane, ha bisogno di luoghi che la sostengano.