I dati Eurostat mostrano che il lavoro da casa è molto meno diffuso di quanto immaginiamo. E in Italia, soprattutto tra autonomi e professionisti, resta sorprendentemente marginale.
Negli ultimi cinque anni il lavoro da remoto è stato raccontato come una delle più grandi trasformazioni del mercato del lavoro contemporaneo. Durante la pandemia sembrava che il modello tradizionale dell'ufficio fosse destinato a diventare rapidamente un residuo del passato. Aziende, consulenti, media, software house, società immobiliari e provider di servizi hanno costruito una parte importante delle proprie strategie attorno all'idea che il futuro del lavoro sarebbe stato prevalentemente distribuito, flessibile e indipendente dalla presenza fisica. Molti hanno dato per scontato che il processo fosse ormai irreversibile.
Eppure, osservando i dati più recenti pubblicati da Eurostat, emerge una realtà molto diversa da quella che domina il dibattito pubblico. Non perché il lavoro da casa sia scomparso. Al contrario. Ma perché la sua diffusione effettiva appare molto più limitata di quanto spesso percepiamo. (European Commission)
Secondo Eurostat, nel 2025 soltanto l'8,9% degli occupati europei lavora abitualmente da casa. Per "abitualmente" si intende almeno la metà del tempo lavorato nel periodo di riferimento. Non stiamo quindi parlando di chi lavora da remoto un giorno a settimana o occasionalmente, ma di persone per le quali la casa rappresenta il principale luogo di lavoro. (European Commission)
Il dato sorprende soprattutto se confrontato con la narrativa dominante degli ultimi anni. Durante la fase pandemica la quota di lavoratori europei che operavano abitualmente da casa aveva raggiunto il 12,3%, dopo essere rimasta per oltre un decennio attorno al 5%. Molti interpretarono quell'accelerazione come l'inizio di una trasformazione strutturale destinata a proseguire senza soste. Oggi sappiamo che non è andata così. Il fenomeno si è stabilizzato su livelli superiori rispetto al periodo pre-Covid, ma nettamente inferiori rispetto alle aspettative generate tra il 2020 e il 2021. (European Commission)
La Finlandia guida la classifica europea con il 20,9% degli occupati che lavorano abitualmente da casa. Seguono Irlanda con il 19,8% e Belgio con il 13,5%. Anche in questi Paesi, spesso considerati modelli avanzati di flessibilità organizzativa, la grande maggioranza dei lavoratori continua comunque a svolgere la propria attività prevalentemente fuori dall'abitazione. (European Commission)
L'Italia si trova invece nelle ultime posizioni della graduatoria europea. Nel 2025 soltanto il 2,7% degli occupati italiani risulta lavorare abitualmente da casa. Peggio fanno soltanto Romania, Bulgaria e Grecia. (European Commission)
A prima vista questo dato sembra incompatibile con un'altra statistica molto citata negli ultimi mesi. L'Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano stima infatti che nel 2025 in Italia vi siano circa 3,57 milioni di lavoratori che operano da remoto almeno per una parte del proprio tempo lavorativo. Dopo una lieve flessione nel 2024, il numero è tornato addirittura a crescere. (PoliMi Digital Innovation)
In realtà non esiste alcuna contraddizione. Le due rilevazioni misurano fenomeni differenti.
Il Politecnico fotografa l'universo dello smart working e del lavoro ibrido, comprendendo anche chi lavora da remoto uno o due giorni alla settimana. Eurostat misura invece soltanto coloro che lavorano da casa in modo abituale e prevalente. La differenza è sostanziale e aiuta a comprendere uno dei grandi equivoci che hanno caratterizzato il dibattito degli ultimi anni.
Lo smart working non è affatto scomparso. Anzi, è ormai una pratica consolidata nella quasi totalità delle grandi imprese italiane e in una quota crescente della pubblica amministrazione. Quello che si è ridimensionato è l'idea che la casa possa sostituire completamente l'ufficio come luogo principale di lavoro per una parte significativa della popolazione attiva. (PoliMi Digital Innovation)
Esiste però un secondo dato, meno noto ma forse ancora più interessante, che emerge dalle banche dati Eurostat.
Accanto alla statistica generale sugli occupati, Eurostat rileva infatti anche la quota di lavoratori autonomi che svolgono abitualmente la propria attività da casa. Ed è qui che il caso italiano diventa particolarmente significativo. (European Commission)
Nel 2025 circa il 34% dei lavoratori autonomi finlandesi lavora abitualmente dalla propria abitazione. In Germania e Irlanda la quota supera il 30%. In Francia si colloca attorno al 30%. In Italia siamo invece al 5,3%. (European Commission)
È un risultato che merita attenzione perché, a differenza dei lavoratori dipendenti, gli autonomi non dipendono dalle policy aziendali sul rientro in ufficio. Hanno generalmente una maggiore libertà nel decidere dove svolgere la propria attività. Se anche tra professionisti e indipendenti il lavoro da casa rimane così limitato, significa che la spiegazione non può essere ricercata soltanto nelle scelte delle imprese.
La questione sembra piuttosto riguardare la struttura stessa dell'economia italiana.
Quando si parla di lavoratori autonomi si tende spesso a immaginare consulenti, professionisti digitali, sviluppatori software, designer o specialisti della comunicazione. In realtà il mondo delle partite IVA italiane comprende una quota enorme di commercianti, artigiani, operatori dell'edilizia, manutentori, professionisti sanitari, tecnici, installatori e attività di servizio che richiedono una presenza fisica costante. In altri termini, il lavoro autonomo italiano è mediamente meno remotizzabile rispetto a quello di molte economie del Nord Europa. (European Commission)
Questa osservazione aiuta anche a comprendere perché la percezione collettiva sia spesso così distante dalla realtà statistica.
Chi frequenta LinkedIn, partecipa a conferenze sul futuro del lavoro, opera nel settore tecnologico o nei servizi professionali tende a osservare una porzione molto specifica del mercato del lavoro. In quel segmento il lavoro remoto è effettivamente diffuso. È visibile. È oggetto di dibattito continuo. È spesso considerato un prerequisito competitivo per attrarre talenti. Ma quel mondo rappresenta soltanto una parte dell'economia.
La maggioranza degli occupati europei continua a lavorare in attività che richiedono una presenza fisica: industria, logistica, sanità, commercio, turismo, costruzioni, trasporti, servizi alla persona. Settori che restano fondamentali per il funzionamento dell'economia e che non possono essere remotizzati semplicemente grazie a una connessione internet più veloce o a nuove piattaforme collaborative. (Springer)
Forse, quindi, non abbiamo sopravvalutato il lavoro da remoto. Abbiamo sopravvalutato la sua rappresentatività.
Abbiamo osservato una trasformazione reale ma concentrata soprattutto nei segmenti più visibili, più digitalizzati e più presenti nel dibattito pubblico. Da qui nasce l'impressione che il fenomeno sia molto più diffuso di quanto non sia in realtà.
I dati suggeriscono una conclusione meno spettacolare ma probabilmente più accurata. Il Covid non ha inaugurato l'era del lavoro completamente remoto. Ha accelerato l'adozione di modelli ibridi che oggi appaiono destinati a durare. L'ufficio non è scomparso. La casa non ha preso il suo posto. Le organizzazioni stanno cercando un equilibrio tra presenza e flessibilità, mentre milioni di lavoratori continuano a svolgere attività che richiedono un luogo fisico di lavoro.
Dopo anni di previsioni estreme, forse la vera notizia è proprio questa: il futuro del lavoro non sta andando verso un modello totalmente remoto né verso un ritorno al passato. Sta convergendo verso una forma di ibridazione più pragmatica, meno ideologica e molto più vicina alla realtà concreta delle imprese e dei lavoratori. (PoliMi Digital Innovation)