Il nuovo Barometro Work from Anywhere di IWG colloca Napoli al settimo posto mondiale tra le destinazioni in cui combinare lavoro e soggiorno. La graduatoria è prodotta da un operatore direttamente interessato alla crescita degli spazi flessibili e va letta con la necessaria prudenza. Tuttavia, mentre Airbnb comincia a sperimentare a Londra la prenotazione di coworking, uffici e sale riunioni, liquidare il fenomeno come una moda diventa sempre più difficile.
Napoli sarebbe la settima città migliore al mondo per il “workcation”, la pratica di prolungare un viaggio o una vacanza continuando a lavorare da remoto. A dirlo è il quarto Barometro annuale Work from Anywhere di International Workplace Group, società che gestisce migliaia di sedi di lavoro flessibile in oltre 120 Paesi e che ha confrontato 50 città sulla base di fattori come clima, cultura, costo degli alloggi e del cibo, trasporti, connessione internet, sostenibilità e disponibilità di spazi professionali.
La classifica vede Bangkok al primo posto, seguita da Tokyo, Barcellona, Porto, Vancouver e Budapest. Napoli entra direttamente in settima posizione, davanti a Medellín, Lisbona e Seul, grazie soprattutto alla sua offerta culturale, al rapporto qualità-prezzo del cibo, alla vicinanza a mare, isole e siti archeologici e a costi considerati ancora competitivi per chi dispone di un reddito internazionale.
Prima di festeggiare ordinando targhe celebrative, commissionando una campagna istituzionale e convocando il tradizionale tavolo permanente sul futuro del lavoro, è opportuno ricordare la natura della fonte. IWG non è un osservatorio indipendente sul turismo o un dipartimento universitario: vende uffici, coworking e soluzioni per il lavoro ibrido. Ha quindi un interesse piuttosto evidente nel dimostrare che sempre più persone desiderano lavorare in luoghi diversi dalla sede tradizionale.
Non c’è nulla di illecito o insolito. Le imprese producono studi sui mercati in cui operano e i comunicati stampa esistono proprio per presentare tali studi nella luce più favorevole. Il compito di chi li riprende è non confondere una ricerca aziendale con una verità rivelata. Anche i dati sul comportamento dei lavoratori contenuti nella nota vanno contestualizzati: l’indagine citata è stata realizzata da Censuswide su 2.000 lavoratori d’ufficio in modalità ibrida nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Non rappresenta quindi la totalità dei lavoratori mondiali e, soprattutto, non descrive allo stesso modo Paesi, professioni e fasce di reddito molto differenti.
Detto questo, fermarsi alla contestazione della fonte sarebbe altrettanto superficiale. Il fatto che IWG abbia interesse a promuovere il lavoro flessibile non significa automaticamente che il fenomeno sia inventato, così come il fatto che una casa automobilistica commissioni una ricerca sulla mobilità non dimostra che le automobili siano un’allucinazione collettiva.
Il lavoro ibrido si è ridimensionato, ma non è scomparso
Dopo il picco della pandemia, il lavoro da remoto è diminuito. Molte aziende hanno ripristinato giornate obbligatorie in presenza, alcune hanno chiesto il ritorno quasi completo negli uffici e la stagione in cui si immaginava che chiunque potesse lavorare per sempre da una baita, una spiaggia o una stanza appositamente arredata per le videocall si è rapidamente ridimensionata.
Tuttavia, ridimensionamento non significa scomparsa. Una ricerca coordinata dalla Stanford University su oltre 16.000 lavoratori laureati in 40 Paesi ha rilevato che il lavoro da casa è sceso tra il 2022 e il 2023, ma si è successivamente stabilizzato. Nei Paesi anglofoni avanzati resta mediamente più diffuso che in molte economie asiatiche, con circa una giornata e mezzo o due giornate alla settimana svolte da casa nei ruoli compatibili.
In Gran Bretagna, l’Office for National Statistics ha rilevato che tra gennaio e marzo 2025 il 28% degli adulti occupati lavorava in modalità ibrida. La quota raggiungeva il 34% tra i lavoratori a tempo pieno e il 36% nella fascia tra i 30 e i 49 anni. Non si tratta della maggioranza della popolazione attiva, e il fenomeno rimane fortemente concentrato nelle professioni manageriali, amministrative, tecniche e ad alta qualificazione. È però una porzione abbastanza consistente del mercato da generare nuovi servizi, nuovi comportamenti di viaggio e nuove aspettative nei confronti delle imprese.
La trasformazione più interessante non è quindi la sparizione dell’ufficio, ma il cambiamento della sua funzione. Per molti lavoratori l’ufficio resta importante per incontrare colleghi, clienti e partner, sviluppare relazioni, formare le persone e svolgere attività che funzionano peggio a distanza. Non è però più necessariamente il luogo in cui trascorrere cinque giorni alla settimana per il semplice fatto che il contratto prevede un orario di lavoro.
Parallelamente, anche la casa non è sempre il luogo ideale da cui lavorare. Dopo alcuni giorni trascorsi al tavolo della cucina, possibilmente accanto a una lavatrice, a due figli in vacanza e a un vicino convinto di dover ristrutturare il bagno proprio durante la riunione trimestrale, il fascino dell’home working può diminuire sensibilmente. È in questo spazio intermedio che si inseriscono coworking, uffici temporanei, business lounge e sale riunioni prenotabili per poche ore o per una giornata.
Airbnb comincia a vendere anche il luogo in cui lavorare
Un segnale particolarmente interessante arriva da Londra. Nel luglio 2026 Airbnb ha avviato una prima sperimentazione nel mercato degli spazi di lavoro flessibili collaborando con Oneder e Work.Life. Gli utenti possono prenotare pass giornalieri per il coworking e, in alcune sedi, anche uffici privati e sale riunioni.
Oneder ha reso disponibili attraverso Airbnb i propri spazi Kindling, a White City, e Channel, a King’s Cross. Le formule comprendono una postazione nel coworking, un ufficio per la giornata o una sala per incontri e workshop, senza abbonamento e senza un contratto di lungo periodo.
È ancora un progetto circoscritto e sarebbe eccessivo descriverlo come l’ingresso definitivo di Airbnb nel mercato globale degli uffici. Ma il significato industriale è chiaro. Una piattaforma costruita intorno alla domanda “dove dormirò?” sta iniziando a occuparsi anche della domanda “dove lavorerò mentre sarò lì?”.
La distinzione è importante. Fino a oggi un professionista che decideva di trattenersi più a lungo a Londra, Barcellona o Napoli doveva prenotare separatamente l’alloggio e cercare poi un luogo adatto al lavoro. L’integrazione dei due servizi riduce l’attrito e trasforma lo spazio professionale in una componente del viaggio, come il trasferimento aeroportuale, il noleggio di un’auto o un’esperienza turistica.
Non significa necessariamente che milioni di persone stiano per diventare nomadi digitali a tempo pieno. Il profilo reale è spesso molto meno esotico: un manager che raggiunge la famiglia qualche giorno prima dell’inizio delle ferie, un consulente che prolunga un soggiorno dopo una riunione, un imprenditore che trascorre due settimane in un’altra città, un dipendente che lavora da remoto il giovedì e il venerdì prima di un fine settimana fuori casa.
Queste persone non vogliono abolire il lavoro e neppure fingere di lavorare mentre fotografano un computer chiuso accanto a una noce di cocco. Hanno bisogno di una connessione stabile, di una sedia dignitosa, di un ambiente silenzioso e, qualche volta, di uno sfondo che non permetta al cliente di valutare lo stato della camera da letto.
Workcation: una diversa gestione del tempo
La parola “workcation” può piacere o meno. Come molti termini prodotti dall’incontro tra lavoro, tecnologia e marketing, sembra costruita appositamente per trasformare un comportamento abbastanza normale in un fenomeno da presentazione aziendale.
Nella pratica, però, descrive un cambiamento concreto. Grazie alla flessibilità, una vacanza di sette giorni può diventare un soggiorno di dieci o quattordici giorni, alternando giornate libere e giornate lavorative. Una persona può partire prima, rientrare dopo o trascorrere un periodo vicino a familiari e amici senza consumare tutte le ferie disponibili.
È un modello che non riguarda tutte le professioni. Un medico, un operaio, un addetto alla ristorazione, un insegnante o chi svolge attività legate a un luogo fisico non dispone delle stesse possibilità di chi lavora con un computer. Anche per questo è necessario evitare di presentare il lavoro da remoto come un diritto già universalmente disponibile o come una soluzione valida per ogni impresa.
Per le attività compatibili, tuttavia, la flessibilità è diventata un elemento concreto delle politiche di attrazione e fidelizzazione. Non sempre significa “lavorare da qualunque luogo del mondo”. Può significare semplicemente poter organizzare con maggiore autonomia alcune giornate, ridurre gli spostamenti inutili o combinare presenza, lavoro da casa e utilizzo di sedi flessibili.
Dal punto di vista delle aziende, la questione non può essere affrontata soltanto come un beneficio da concedere o negare. Richiede regole chiare, obiettivi misurabili, sicurezza informatica, tutela dei dati, attenzione agli aspetti fiscali e assicurativi e una valutazione seria delle attività che possono essere svolte efficacemente a distanza. La flessibilità senza organizzazione rischia di produrre confusione; l’organizzazione senza flessibilità rischia invece di conservare rituali ormai poco utili.
Napoli ha gli ingredienti, ma la classifica non basta
Napoli possiede molti degli elementi che possono attrarre chi vuole soggiornare più a lungo continuando a lavorare: un patrimonio culturale straordinario, collegamenti ferroviari ad alta velocità, un aeroporto internazionale, un’offerta gastronomica riconoscibile, la vicinanza alle isole e alla costa e un’identità urbana capace di trasformare anche una normale passeggiata in un’esperienza piuttosto più complessa del previsto.
La presenza al settimo posto di una graduatoria internazionale è quindi un’occasione promozionale interessante. Non è però un’assoluzione generale né la prova che la città sia già pienamente attrezzata per questo mercato.
Per trasformare l’interesse in economia reale servono alloggi adatti anche a permanenze di alcune settimane, connessioni affidabili, spazi di lavoro facilmente accessibili, servizi in più lingue, trasporti prevedibili e un’offerta capace di andare oltre il turismo tradizionale. Serve inoltre evitare che la crescita dei soggiorni medio-brevi aumenti esclusivamente i prezzi delle abitazioni, scaricando sui residenti i costi di una domanda internazionale con maggiore capacità di spesa.
Il tema riguarda anche gli operatori dell’ospitalità. Una scrivania vera, una sedia ergonomica, una connessione verificata e la possibilità di accedere a una sala riunioni possono diventare elementi competitivi quanto una terrazza o una macchina per il caffè. Scrivere “spazio di lavoro dedicato” sotto la fotografia di un tavolino rotondo alto cinquanta centimetri potrebbe non essere più sufficiente.
La posizione esatta di Napoli nella classifica può essere discussa. Si può preferire Lisbona, considerare Bangkok troppo lontana o domandarsi quale algoritmo abbia assegnato un determinato voto ai trasporti. Le graduatorie servono anche a questo: produrre titoli, conversazioni e una quantità ragionevole di disaccordo.
Il segnale sottostante è però più difficile da ignorare. Il lavoro ibrido non ha eliminato l’ufficio; ha iniziato a separarlo dal contratto immobiliare tradizionale. Il viaggio non coincide più necessariamente con una completa sospensione dell’attività professionale. E gli spazi di lavoro stanno diventando servizi acquistabili quando servono, nella città in cui servono e per il tempo in cui servono.
Che Napoli sia davvero la settima città migliore al mondo per il workcation lo lasciamo alle preferenze personali. Che esista un numero crescente di persone interessate a soggiornare più a lungo, purché possano trovare un luogo decente in cui aprire il computer, sembra invece una conclusione molto meno controversa.