Sono 2,7 milioni gli italiani che lavorano in modalità agile. Più autonomia, soddisfazione e flessibilità, ma anche straordinari invisibili e nuove disuguaglianze. Il rapporto INAPP racconta un mondo del lavoro meno semplice di quanto sembri.
Lo smart working fa lavorare meglio? La risposta, almeno secondo l'ultima ricerca INAPP, è tendenzialmente positiva. Ma c'è una seconda domanda, forse più interessante: chi può davvero permetterselo, e a quali condizioni?
Il Working Paper 154, pubblicato a settembre 2026 sulla base dell'Indagine sulla Qualità del lavoro 2025, stima 2,7 milioni di occupati in smart working, pari all'11,4% del totale. Un dato ottenuto attraverso una definizione più ampia del semplice lavoro da casa, che considera anche altre modalità di lavoro agile e a distanza.
Più autonomia, ma il lavoro entra nella vita privata
Tra gli smart worker il 32,7% stabilisce interamente il proprio orario, contro il 19,1% della media degli occupati. Il 48,5% esprime una soddisfazione elevata per l'equilibrio tra vita e lavoro, rispetto al 43,1% complessivo.
Il vantaggio, tuttavia, presenta una contraddizione: il 18,6% degli smart worker dichiara di lavorare spesso fuori orario, contro il 12,5% della media nazionale. E il 30,3% lo fa talvolta. La libertà di organizzare il proprio tempo può insomma tradursi nella difficoltà di stabilire quando il lavoro debba finire.
Il privilegio di poter lavorare da remoto
Il rapporto evidenzia un'altra questione: lo smart working è più diffuso tra lavoratori qualificati, contrattualmente stabili e inseriti in organizzazioni digitalmente evolute. Rischia così di diventare un ulteriore elemento di polarizzazione del mercato del lavoro.
Per le donne rappresenta soprattutto uno strumento di conciliazione, generalmente preferito nelle formule ibride. Per i giovani costituisce anche una leva di attrazione professionale: l'83,3% degli under 35 che già lo pratica vorrebbe continuare. Eppure proprio tra i più giovani emergono preoccupazioni per l'isolamento e per la perdita delle occasioni informali di apprendimento.
Lavoro agile e intelligenza artificiale
Un ulteriore elemento riguarda le tecnologie. Gli strumenti di intelligenza artificiale sono utilizzati dal 30,1% degli smart worker, contro il 14% degli occupati complessivi.
La maggiore digitalizzazione favorisce collaborazione e autonomia, ma può aumentare anche la tracciabilità delle prestazioni. Il rischio è confondere la gestione per obiettivi con una supervisione digitale sempre più invasiva.
La vera sfida è organizzativa
La ricerca non dimostra che il lavoro agile produca automaticamente condizioni migliori: le organizzazioni più evolute potrebbero essere proprio quelle che lo adottano più facilmente.
È una distinzione decisiva. Per le imprese la questione non dovrebbe essere quanti giorni concedere fuori dall'ufficio, ma come progettare il lavoro, formare i manager, garantire il diritto alla disconnessione e offrire opportunità di crescita anche a chi lavora a distanza.
Lo smart working non è necessariamente una scorciatoia verso il benessere. Può però diventare un indicatore della qualità di un'organizzazione. E forse è proprio questo il risultato più interessante della ricerca: il futuro del lavoro non dipenderà soltanto dal luogo in cui lavoriamo, ma dalla qualità del lavoro che siamo capaci di costruire.