Una nuova piattaforma europea promette di semplificare le procedure per i dipendenti temporaneamente inviati all'estero. È un passo verso un mercato del lavoro più integrato, anche se non risolve automaticamente i problemi dello smart working internazionale.
Lavorare in un Paese ed essere assunti da un'azienda di un altro è una situazione sempre più familiare. Ma quando un'impresa invia temporaneamente un dipendente oltreconfine, anche all'interno dell'Unione europea, le procedure amministrative possono diventare decisamente complicate.
Il 20 ottobre il Parlamento europeo ha approvato il nuovo sistema di dichiarazione elettronica per il distacco dei lavoratori. Contemporaneamente, la Commissione europea ha confermato a Reuters che sta valutando come coordinare questa procedura con quella relativa ai certificati previdenziali A1.
L'obiettivo è semplice: chiedere alle imprese meno volte le stesse informazioni.
Oggi le aziende che inviano temporaneamente personale in altri Stati membri devono confrontarsi con obblighi e modalità di comunicazione differenti. Il nuovo sistema prevede un portale comune e un modulo standardizzato.
Il certificato A1, invece, serve ad attestare quale legislazione previdenziale si applica durante determinate attività transfrontaliere. Nel 2024, in Europa, ne sono stati rilasciati oltre 5,6 milioni.
Integrare maggiormente le due procedure potrebbe ridurre duplicazioni, tempi e costi amministrativi.
Una semplificazione ancora da realizzare
La novità è significativa, ma non bisogna confondere l'approvazione del provvedimento con l'immediata disponibilità del servizio.
La piattaforma dovrebbe diventare operativa verso la fine del 2027. Inoltre, la partecipazione degli Stati membri al sistema è volontaria.
È un dettaglio decisivo: un portale comune utilizzato soltanto da alcuni Paesi rischierebbe di aggiungersi alle procedure esistenti senza eliminare davvero la frammentazione.
E lo smart working internazionale?
Qui occorre fare una distinzione.
Il distacco riguarda un dipendente inviato temporaneamente dal proprio datore di lavoro in un altro Paese per svolgere un'attività. Non coincide necessariamente con il caso del professionista che decide autonomamente di lavorare da una seconda casa all'estero o del digital nomad che cambia frequentemente residenza.
Sono situazioni che possono avere implicazioni previdenziali comuni, ma richiedono valutazioni differenti su fiscalità, diritto del lavoro e coperture assicurative.
Per le aziende, tuttavia, il messaggio è interessante: la mobilità internazionale dei lavoratori non può continuare a essere gestita con procedure pensate per un'economia molto meno mobile.
La vera sfida non è soltanto digitalizzare i moduli, ma rendere prevedibili le regole.
E questo vale soprattutto per le PMI, che raramente dispongono di grandi strutture HR o uffici legali dedicati alla mobilità internazionale.
L'Europa sta finalmente provando a semplificare uno dei passaggi pratici del lavoro transfrontaliero. Resta da vedere quanti Stati seguiranno e, soprattutto, quanto questa semplificazione sarà percepita dalle imprese.
Perché il mercato unico del lavoro non si misura soltanto dalla libertà di circolare. Si misura anche da quanto è complicato farlo davvero.