Lo smart working non è soltanto una questione di giorni in ufficio. Il caso Mendrisio mostra perché mobilità aziendale, servizi territoriali e organizzazione del lavoro dovrebbero finalmente entrare nella stessa conversazione.
Il dibattito sul lavoro ibrido ha un piccolo problema: continuiamo a misurarlo contando i giorni. Due in ufficio, tre da remoto. Oppure il contrario. Qualche azienda torna a cinque, altre riducono le presenze obbligatorie. E ogni cambiamento produce una nuova discussione sulla produttività, sulla cultura aziendale e sui diritti dei lavoratori.
Nel frattempo, c’è una domanda sorprendentemente trascurata: che cosa succede a tutti gli spostamenti che restano?
Perché anche un’organizzazione che adotta il lavoro ibrido continua a generare mobilità. Le persone devono raggiungere clienti, stabilimenti, laboratori, colleghi e sedi operative. Non tutti possono lavorare da casa e, soprattutto, non tutti hanno le stesse possibilità di scegliere quando e come spostarsi.
Il futuro del lavoro, quindi, non riguarda soltanto l’ufficio. Riguarda anche la città che lo circonda.
Il tragitto casa-lavoro è una variabile organizzativa
Per molto tempo le imprese hanno considerato gli spostamenti dei dipendenti come un problema sostanzialmente privato. L’organizzazione decideva dove e quando lavorare; il lavoratore trovava il modo di arrivarci.
Il lavoro ibrido ha modificato questa separazione, ma soltanto in parte.
Se un’azienda permette ai dipendenti di lavorare due giorni alla settimana da remoto, riduce potenzialmente una parte degli spostamenti. Ma se nei tre giorni rimanenti concentra riunioni, incontri e attività nelle stesse fasce orarie, può continuare a produrre congestione, tempi morti e rigidità.
La questione non si risolve semplicemente aumentando il numero di giornate da casa. Occorre ragionare sulla distribuzione delle presenze, sugli orari, sui collegamenti disponibili e sull’accessibilità delle sedi.
È una trasformazione che coinvolge le risorse umane, il facility management, chi si occupa di sostenibilità aziendale e, inevitabilmente, le amministrazioni locali.
Mendrisio: un esempio che parte dalla mobilità reale
Mendrisio, nel Canton Ticino, è un caso interessante proprio perché non si tratta di una destinazione costruita attorno allo smart working.
È una città di circa 16.000 abitanti, collocata sull’asse tra Milano e Zurigo, con un’economia diversificata e una significativa presenza di attività industriali e di servizi. La mobilità quotidiana rappresenta quindi un elemento concreto del funzionamento del territorio.
La Città ha sviluppato misure che intervengono direttamente su questo rapporto.
Molto interessante, dal punto di vista organizzativo, è anche il sostegno previsto per le imprese che realizzano un Piano della mobilità aziendale. Le disposizioni comunali prevedono, a determinate condizioni, un contributo forfettario di 1.000 franchi per la redazione del piano e una partecipazione del 20% ai costi delle misure attuate, entro un limite complessivo di 15.000 franchi. Inoltre, è in corso un progetto partecipativo sulla mobilità aziendale, sviluppato dalla Città di Mendrisio in stretta collaborazione con le imprese del territorio. Partendo dall’analisi degli spostamenti casa-lavoro dei collaboratori e dalle esigenze emerse direttamente dalle aziende, sono stati individuati alcuni ambiti nei quali intervenire con misure coordinate e condivise. Il progetto mira in particolare a favorire alternative all’utilizzo individuale dell’automobile, attraverso soluzioni quali navette aziendali condivise, collegamenti con il trasporto pubblico, carpooling e promozione della mobilità attiva. L’obiettivo è sperimentare interventi concreti su scala interaziendale, mettendo in comune esigenze e risorse per migliorare la mobilità dell’intero comparto.
Non è una rivoluzione del lavoro in sé. È qualcosa di più pragmatico: riconoscere che l’organizzazione dei tragitti quotidiani può essere oggetto di progettazione condivisa tra imprese e territorio.
E, soprattutto, che può richiedere strumenti, competenze e investimenti specifici.
Il lavoro flessibile deve funzionare anche per chi non può lavorare da remoto
C’è un altro motivo per cui questa prospettiva è importante.
La narrazione dello smart working tende a privilegiare le professioni digitali: consulenti, sviluppatori, manager e lavoratori della conoscenza. Ma un territorio economicamente attivo comprende anche persone che operano nella produzione, nella sanità, nel commercio e nei servizi alla persona.
Per queste professioni la flessibilità non coincide necessariamente con il lavoro da casa.
Può significare orari meglio coordinati, gestione dei turni più prevedibili, collegamenti più efficienti, possibilità di condividere gli spostamenti e servizi accessibili in prossimità del luogo di lavoro.
Un’organizzazione che riconosce questa differenza evita di costruire due categorie di lavoratori: quelli ai quali viene concessa autonomia e quelli per i quali tutto rimane immutato.
È anche una questione di equità organizzativa.
Il territorio come parte del welfare
Un’azienda può offrire benefit, programmi di wellbeing e politiche avanzate di flessibilità. Ma se la giornata lavorativa continua a essere circondata da due ore di spostamenti difficili, il risultato rischia di essere meno convincente di quanto appaia sulla carta.
La qualità della vita non dipende esclusivamente da ciò che avviene durante l’orario di lavoro.
Dipende dalla disponibilità di trasporti, scuole, servizi sanitari, spazi pubblici, attività culturali e opportunità di relazione. Dipende anche da quanto sia semplice combinare tutto questo con la vita professionale.
Mendrisio ha costruito parte della propria strategia di attrattività sulla prossimità tra servizi, lavoro e vita quotidiana, valorizzandola attraverso l’iniziativa Mendreasy.
Naturalmente, nessuna città elimina automaticamente il traffico o le difficoltà di conciliazione. E gli incentivi alla mobilità aziendale, da soli, non dimostrano una riduzione dei tempi di percorrenza o delle emissioni: questi risultati devono essere misurati.
Ma il principio è interessante: il benessere delle persone non può essere delegato interamente alla policy HR, perché una parte delle sue condizioni dipende dall’ambiente in cui il lavoro si svolge.
La prossima domanda da fare ai responsabili HR
Forse è arrivato il momento di aggiungere qualche indicatore alle tradizionali metriche sul lavoro ibrido.
Non soltanto quanti dipendenti lavorano da remoto, ma quanto tempo impiegano a raggiungere la sede. Non soltanto quante postazioni vengono occupate, ma quanto sono accessibili. Non soltanto quanto costa un ufficio, ma quale impatto produce la sua localizzazione sulle persone che lo utilizzano.
E, soprattutto, quali alternative concrete esistano per chi non può svolgere il proprio lavoro a distanza.
Il caso Mendrisio suggerisce una lezione che supera i confini svizzeri. Lavoro, mobilità e qualità della vita sono parti di uno stesso sistema. Continuare a gestirle separatamente significa perdere una parte importante dei benefici che promettiamo attraverso la flessibilità.
Il futuro del lavoro non sarà determinato soltanto da dove potremo accendere il computer.
Sarà determinato anche da quanto intelligentemente riusciremo a organizzare tutto il resto.
Contenuto per Smart Working Magazine in collaborazione con la Città di Mendrisio.
Per approfondire: https://mendreasy.swiss/mt
Informazioni: welcome@mendrisio.ch