Smart working… lascia o raddoppia?
In Italia oggi lavorano da remoto circa 3,6 milioni di persone, ma il bacino potenziale potrebbe arrivare a 6,5 milioni. Il dato, rilanciato in questi giorni anche dal Sole 24 Ore, riapre una discussione che forse abbiamo affrontato troppo spesso dalla parte sbagliata: non quanti giorni concedere fuori dall’ufficio, ma quanti lavori potrebbero davvero essere organizzati diversamente.
Ogni tanto lo smart working torna improvvisamente a fare notizia, di solito perché qualche grande azienda internazionale richiama i dipendenti in ufficio, perché qualcuno annuncia la fine del lavoro da remoto oppure, al contrario, perché arriva una nuova ricerca a ricordarci che nel frattempo milioni di persone hanno continuato tranquillamente a lavorare in modo ibrido senza aspettare che il dibattito pubblico decidesse se fosse una buona o una cattiva idea. In questi giorni è stato il Sole 24 Ore a riportare l’argomento al centro dell’attenzione con un dato decisamente più interessante delle solite guerre di religione fra ufficio e salotto di casa: gli smart worker italiani sono oggi circa 3,6 milioni, ma il potenziale potrebbe arrivare a circa 6,5 milioni. In altre parole, più che assistere alla fine dello smart working potremmo trovarci davanti a un fenomeno che, almeno teoricamente, ha ancora spazio quasi per raddoppiare.
Il dato nasce dalle rilevazioni dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano (che conosciamo ormai molto bene) e va naturalmente letto con qualche cautela: dire che esistono circa 6,5 milioni di lavoratori potenzialmente compatibili con modalità di lavoro da remoto non significa affatto che domani mattina sei milioni e mezzo di italiani pretenderanno una scrivania in cucina o decideranno di lavorare da una spiaggia. Significa qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, forse più importante: esiste una parte consistente del lavoro italiano che potrebbe essere svolta almeno parzialmente fuori dalla sede tradizionale con livelli di efficacia comparabili, ma che oggi continua ad essere organizzata prevalentemente in presenza.
Ed è qui che il famoso “lascia o raddoppia?” smette di essere soltanto una battuta. Perché negli ultimi anni abbiamo discusso moltissimo di quanti giorni concedere in smart working, quasi che tutta la trasformazione potesse essere ridotta a un calendario: uno sì, due forse, tre troppi; lunedì bene, venerdì sospetto; poi il dipendente che vorrebbe il remoto e il manager che teme di non vederlo abbastanza. Molto meno spesso ci siamo posti la domanda che dovrebbe venire prima di tutte le altre: quale parte di quel lavoro ha davvero bisogno di essere svolta in un determinato luogo e quale, invece, continua ad esserlo semplicemente perché l’organizzazione è stata costruita così?
Naturalmente questo non significa sostenere che tutto ciò che è remotizzabile debba essere remotizzato. Sarebbe una semplificazione uguale e contraria a quella di chi ritiene che la presenza sia automaticamente sinonimo di produttività. Esistono attività nelle quali stare insieme serve, momenti nei quali un gruppo funziona meglio guardandosi negli occhi, persone che preferiscono lavorare in ufficio, aziende nelle quali la formazione informale, la collaborazione o persino la cultura organizzativa hanno bisogno di una componente fisica significativa. Ma il punto non è scegliere ideologicamente tra casa e ufficio: è capire quando la presenza produce valore e quando invece è soltanto la modalità predefinita che abbiamo ereditato da un’organizzazione del lavoro costruita in un’altra epoca.
I numeri suggeriscono, peraltro, che lo smart working non sia affatto scomparso una volta terminata l’emergenza sanitaria. Nelle grandi imprese è ormai largamente strutturale e nella pubblica amministrazione ha conquistato uno spazio che prima della pandemia sarebbe stato difficile persino immaginare. Il fenomeno si è ridimensionato rispetto all’eccezionalità del 2020, com’era inevitabile che accadesse, ma è rimasto su livelli enormemente superiori a quelli pre-Covid. Parlare continuamente di “ritorno in ufficio” rischia quindi di confondere due cose diverse: alcune organizzazioni stanno aumentando la presenza richiesta ai dipendenti, ma questo non equivale a un ritorno generalizzato al modello di lavoro del 2019.
La parte che trovo più interessante del dato dei 6,5 milioni, però, viene dopo. Perché finché consideriamo lo smart working soltanto come una questione interna all’azienda, vediamo soltanto metà del fenomeno. Se una persona deve essere fisicamente in ufficio cinque giorni alla settimana, il luogo di lavoro determina in maniera quasi assoluta il luogo nel quale può vivere. Se deve esserci due o tre giorni, quella relazione comincia ad allentarsi; se deve presentarsi alcune volte al mese, cambia ancora. Non significa affatto che tutti si trasferiranno lontano dalle città, né che i piccoli comuni possano aspettarsi milioni di nuovi residenti semplicemente installando la fibra e aprendo un coworking. Significa però che, per una quota crescente di lavoratori, la distanza dalla sede può diventare uno dei criteri della scelta abitativa anziché il criterio dominante.
È proprio qui che il lavoro da remoto incontra altri fenomeni che negli ultimi anni abbiamo spesso infilato nello stesso contenitore, qualche volta creando più confusione che chiarezza: digital nomad, workation, wild working, remote worker, nuovi residenti temporanei, persone che provano per qualche settimana a vivere in un territorio diverso, famiglie che scelgono di spostarsi mantenendo lo stesso lavoro. Non sono la stessa cosa e sarebbe sbagliato raccontarli come tali. Anzi, probabilmente una parte importante della prossima trasformazione sarà composta proprio da persone che non hanno alcuna intenzione di diventare nomadi digitali e che vorrebbero, al contrario, diventare molto più stanziali: semplicemente in un posto diverso da quello nel quale il lavoro le avrebbe obbligate a vivere fino a pochi anni fa.
È anche per questo che quei quasi tre milioni di potenziali smart worker in più sono interessanti per chi si occupa di territori e non soltanto di organizzazione aziendale. Non sono automaticamente tre milioni di nuovi abitanti per le aree interne, naturalmente; sarebbe propaganda più che analisi. Ma rappresentano un bacino nel quale il legame tra lavoro e luogo potrebbe essere meno rigido, e questo cambia radicalmente il tipo di politiche di attrazione che un territorio può immaginare. Non basta dire “venite a vivere qui”, non basta offrire una casa economica, e non basta neppure promettere una connessione veloce. Bisogna capire chi può davvero spostarsi, per quanto tempo, con quale frequenza deve rientrare nella sede aziendale, di quali servizi ha bisogno e soprattutto cosa potrebbe convincerlo a restare oltre l’entusiasmo iniziale di qualche settimana.
Il dato rilanciato in questi giorni dal Sole 24 Ore, quindi, è interessante proprio perché consente di spostare la discussione. Non abbiamo bisogno dell’ennesima disputa sul fatto che lavorare da casa sia meglio o peggio dell’ufficio; dopo cinque anni abbiamo abbastanza esperienza per sapere che dipende dal lavoro, dall’organizzazione, dalle persone e da come il modello viene progettato. La domanda nuova è capire quanto sia grande lo spazio ancora inutilizzato. Se oggi gli smart worker sono circa 3,6 milioni e il potenziale viene stimato attorno ai 6,5, esiste una differenza di quasi tre milioni di persone tra ciò che il sistema del lavoro italiano già fa e ciò che, almeno teoricamente, potrebbe fare.
Non sappiamo se quel divario verrà davvero colmato, né quanto tempo richiederà. Le tecnologie da sole non bastano, perché servono organizzazioni capaci di lavorare per obiettivi, manager in grado di gestire senza confondere controllo e presenza, regole contrattuali chiare e, banalmente, lavori che possano davvero essere svolti lontano dalla sede. Ma sapere che il potenziale esiste cambia comunque la prospettiva. Per anni ci siamo chiesti se lo smart working sarebbe rimasto. Oggi forse la domanda più interessante è un’altra: quanto dello smart working che potremmo fare non abbiamo ancora nemmeno cominciato a fare?
E allora sì, per una volta il vecchio quiz televisivo torna utile anche per parlare di lavoro: smart working, lascia o raddoppia? Solo che questa volta non dobbiamo indovinare la risposta. Dobbiamo capire cosa impedisce a quei quasi tre milioni di lavoratori potenziali di entrare davvero nel gioco.