Dal Financial Times un’analisi che cambia prospettiva: il lavoro da remoto non modifica solo dove lavoriamo, ma anche quanto spendiamo e a quali condizioni.
Il lavoro da remoto ci ha regalato flessibilità, autonomia e – per molti – una qualità della vita migliore. Ma ha anche un costo nascosto. E non parliamo solo di bollette o scrivanie ergonomiche.
In un recente articolo del Financial Times, firmato da Soumaya Keynes, emerge un dato interessante: chi lavora completamente da remoto tende, in media, a pagare di più per beni e servizi rispetto a chi lavora sempre in presenza. Non è una regola assoluta, ma una tendenza statistica che merita attenzione.
La domanda non è tanto “perché spendiamo di più?”, ma “cosa è cambiato nel nostro comportamento di consumo?”.
Chi lavora da casa compra in modo diverso. Meno passaggi in negozio, meno confronto diretto tra prezzi sugli scaffali, più consegne a domicilio, più acquisti digitali intermediati da piattaforme. La comodità diventa un valore centrale. E la comodità ha un prezzo.
Il remote worker medio ottimizza il tempo. Ordina la spesa tra una call e l’altra. Sceglie la consegna rapida perché la riunione finisce alle 18.30. Preferisce un abbonamento che “toglie il pensiero”. Tutte scelte razionali. Ma sommate, queste scelte riducono la pressione competitiva sui prezzi.
C’è poi un secondo livello, meno visibile: la segmentazione algoritmica. Le piattaforme digitali raccolgono dati sulle nostre abitudini, sugli orari in cui acquistiamo, sulla frequenza degli ordini. Non si tratta necessariamente di “prezzi personalizzati” espliciti, ma di promozioni, priorità di consegna, offerte differenziate che intercettano una certa disponibilità a pagare. Se lavori da casa tutto il giorno, il sistema lo capisce. E adegua l’offerta.
Il punto non è demonizzare l’e-commerce. È riconoscere che il remote work ha creato una nuova categoria di consumatori: più digitali, più prevedibili, spesso meno inclini allo “shopping around” tradizionale.
Questo apre una riflessione interessante per HR e organizzazioni. Quando parliamo di smart working come leva di benessere, consideriamo anche l’impatto economico indiretto? Se il lavoro flessibile sposta parte dei costi sul lavoratore (energia, spazio, strumenti) e al tempo stesso modifica le sue abitudini di consumo rendendolo meno sensibile al prezzo, la partita è più complessa di quanto sembri.
Non significa che il lavoro da remoto “non convenga”. Per molti continua a essere una scelta vincente. Ma la narrativa del risparmio automatico va sfumata. Non andare in ufficio riduce alcune spese (trasporti, pranzi fuori), ma può aumentarne altre in modo meno evidente.
La vera domanda è: siamo consumatori più liberi o più dipendenti dalle piattaforme?
Il remote worker ha guadagnato autonomia organizzativa. Ora deve guadagnare anche consapevolezza economica. Perché la flessibilità non è solo una questione di luogo di lavoro, ma di potere contrattuale, anche quando clicchiamo “acquista ora”.