La fintech non abbandona il lavoro flessibile, ma introduce tre giorni in presenza per i neolaureati. Una decisione che riporta al centro una domanda sempre più attuale: esiste un modello di lavoro remoto valido per tutti?
Negli ultimi giorni diversi titoli hanno lasciato intendere che Revolut stesse facendo marcia indietro sul lavoro da remoto. In realtà, leggendo oltre il titolo, emerge una situazione molto diversa e decisamente più interessante.
La società fintech non ha deciso di abbandonare il proprio modello remote-first. Ha invece scelto di modificarlo esclusivamente per una categoria molto specifica di persone: i neolaureati che entreranno nel Graduate Programme a partire dal 2027.
Per loro la regola sarà semplice: almeno tre giorni alla settimana in ufficio durante il periodo di formazione. Terminato il programma, torneranno a poter usufruire delle stesse politiche di flessibilità previste per il resto dell'organizzazione.
Può sembrare un dettaglio, ma probabilmente è uno dei segnali più interessanti emersi negli ultimi mesi sul futuro dello smart working.
Il remote-first non è in discussione
Revolut continua infatti a essere una delle aziende europee più favorevoli alla flessibilità lavorativa. I dipendenti continueranno a poter lavorare prevalentemente da remoto e, in molti casi, anche dall'estero per periodi limitati, mantenendo uno dei modelli più avanzati del settore finanziario.
Non si tratta quindi di un ritorno al modello tradizionale dell'ufficio, né di una retromarcia simile a quella intrapresa da molte grandi banche internazionali.
La novità riguarda esclusivamente il percorso di ingresso in azienda.
Perché proprio i neolaureati?
La spiegazione fornita da Revolut è piuttosto lineare.
Chi entra oggi nel mondo del lavoro non deve soltanto imparare procedure e strumenti. Deve osservare colleghi più esperti, costruire relazioni professionali, comprendere dinamiche organizzative, sviluppare capacità di comunicazione e acquisire quella cultura aziendale che difficilmente può essere trasmessa esclusivamente attraverso videochiamate e piattaforme collaborative.
Negli ultimi anni molte organizzazioni hanno scoperto che il lavoro da remoto funziona molto bene quando le persone sono già autonome.
Molto meno scontato è ottenere gli stessi risultati quando si tratta di formare professionisti alla loro prima esperienza.
La questione non è ufficio contro smart working
Il rischio, ogni volta che emerge una notizia di questo tipo, è trasformarla nell'ennesimo scontro ideologico tra sostenitori del lavoro da remoto e difensori del ritorno in presenza.
In realtà il punto è un altro.
Sempre più aziende stanno iniziando a distinguere tra categorie di lavoratori, funzioni e fasi della carriera.
Un professionista con dieci anni di esperienza, che gestisce clienti, progetti e team distribuiti, probabilmente non ha bisogno della stessa presenza fisica richiesta a un neolaureato che deve ancora imparare il mestiere.
Lo stesso vale per attività altamente operative rispetto a ruoli creativi, commerciali o manageriali.
Lo smart working sta quindi diventando meno uniforme e molto più personalizzato.
Lo smart working sta maturando
Nei primi anni successivi alla pandemia il dibattito sembrava ruotare intorno a una domanda piuttosto semplice: remoto oppure ufficio?
Oggi quella domanda appare quasi superata.
Le organizzazioni più mature stanno iniziando a chiedersi piuttosto quando abbia davvero senso lavorare insieme nello stesso luogo e quando, invece, il lavoro da remoto rappresenti la scelta più efficiente.
È un cambiamento culturale importante.
Significa passare da politiche costruite sulla presenza a politiche costruite sugli obiettivi, sulle competenze e sul momento professionale della persona.
Un segnale che vale più della singola notizia
La decisione di Revolut probabilmente non cambierà il panorama del lavoro remoto.
Ma rappresenta un indicatore interessante.
Anche una delle aziende che più ha investito nella flessibilità riconosce che esistono situazioni nelle quali la presenza fisica continua ad avere un valore difficilmente sostituibile.
Non è la fine del remote-first.
È forse l'inizio di una fase più matura, nella quale il vero tema non sarà più dove si lavora, ma perché si sceglie un determinato modello per determinate persone.
Ed è probabilmente questa la domanda che le aziende dovranno imparare a porsi sempre più spesso nei prossimi anni.