Valorizzazione del capitale umano passato all’algoritmo e trattenuto dall’azienda che lo utilizza, rischio di perdere il controllo umano sulle decisioni, assenza di confini chiari sulle responsabilità e nuove forme di carico mentale decisionale. Sono alcune delle criticità emerse da una ricerca condotta dall’Osservatorio Future of Workers della Fondazione Giacomo Brodolini per fotografare il consolidamento dell’Intelligenza Artificiale “agentica” nel mondo del lavoro, che si è evoluta da assistente operativo che fa ricerche, scrive testi o genera immagini ad un vero e proprio attore organizzativo digitale capace di decidere e agire. Secondo lo studio, questa tecnologia già matura e utilizzata in diversi settori, dà vita a nuove competenze professionali di creazione e gestione di team ibridi uomo-macchina e deve essere oggetto il prima possibile di un nuovo "patto sociale" per i lavoratori coinvolti dalla sua integrazione nei processi lavorativi.
Il team che ha dato vita alla ricerca qualitativa, svolta su un campione internazionale di 474 tra manager, consulenti e figure ad alta specializzazione tecnica provenienti da Europa, Nord America e Asia, è composto da Paolo Gubitta, Professore ordinario di Organizzazione aziendale all’Università di Padova, Maria Laura Fornaci, coordinatrice di Future of Workers, e Giuseppe Forte, responsabile dell’Unità di ricerca sul capitale umano della Fondazione Giacomo Brodolini. L’elaborato sancisce il passaggio fondamentale nel mondo del lavoro da un’Intelligenza Artificiale intesa come semplice strumento di supporto a una IA "agentica", capace di pianificare ed eseguire compiti in autonomia. Questo cambiamento porta l’algoritmo a incidere direttamente sui processi decisionali, sulle responsabilità e sulla distribuzione del valore all'interno delle aziende, soprattutto nel terziario avanzato, facendo emergere nuove criticità e la necessità di intervenire tempestivamente per ridimensionarle e normarle.
Capitale "Conferito" e capitale "Catturato"
Uno dei nodi cruciali evidenziati dall’indagine è il tema del capitale umano coinvolto: l'IA per imparare e funzionare appieno ha bisogno di assorbire la conoscenza individuale dei lavoratori. Qui si gioca la partita tra capitale conferito, cioè il sapere che il lavoratore mette volontariamente a disposizione del sistema, e capitale catturato, ovvero il valore che l'azienda incamera incorporando quel sapere nell'algoritmo. Sebbene sia emersa un’alta predisposizione dei professionisti alla condivisione, questa è fortemente legata a una logica di reciprocità secondo la quale i lavoratori si aspettano benefici concreti in cambio del loro contributo cognitivo. Senza un riconoscimento chiaro e pattuito in precedenza, inoltre, l’aumento dell'autonomia dell'IA viene percepito come una "perdita" di valore personale. A fronte di questa nuova necessità, dallo studio emerge la necessità che governi, responsabili HR e sindacati intervengano in sinergia per studiare nuovi modelli di riconoscimento e valorizzazione del passaggio di conoscenza, non solo sul piano economico. Se il lavoratore sente di perdere il proprio valore professionale senza un ritorno, la collaborazione con l’IA rischia di bloccarsi e generare conflitti e resistenze.
Il campione analizzato dichiara un livello di fiducia alto nell’IA, considerata affidabile nelle sue raccomandazioni, ma con grandi riserve rispetto alla delega totale. Il timore principale, infatti, non è il malfunzionamento della macchina, ma la perdita di controllo. Quando l’IA agisce troppo liberamente, la percezione di autonomia decisionale umana scende drasticamente. Per il 63% dei manager intervistati il presidio umano (il cosiddetto human-in-command) e la responsabilità finale non sono trattabili: la tecnologia deve supportare, non esautorare i decisori.
La “fatica decisionale”
Se da un lato la tecnologia può liberare dai compiti ripetitivi facendo così risparmiare tempo e risorse, sul rovescio della medaglia si affaccia un nuovo rischio, ovvero il carico mentale decisionale. Validare e assumersi la responsabilità di decisioni prese da un algoritmo comporta un’elevata componente di fatica e stress legati a questi nuovi processi. La sicurezza sul lavoro, oggi, deve quindi includere la protezione contro questo sovraccarico cognitivo, garantendo che l'uomo non diventi l'ultimo anello di una catena di responsabilità che non può più governare.
La nuova era dell’orchestrazione
Il cambiamento in corso non richiede solo esperti di informatica e dati, ma una vera e propria capacità di orchestrazione delle risorse umane e tecnologiche senza precedenti nel mondo del lavoro. Le nuove competenze di governance richieste sono infatti articolate e ibride: i professionisti devono saper coordinare team composti da umani e agenti artificiali, integrando giudizio critico e gestione tecnologica. Si tratta di un’evoluzione profonda e radicale che trasforma il lavoro, non solo delle figure manageriali, da esecuzione e gestione in supervisione strategica dei processi secondo una catena di responsabilità chiara e inequivocabile.
Nello specifico, le competenze chiave per questa nuova forma di collaborazione uomo-IA includono: la capacità di supervisionare e validare criticamente, evolvendosi da operatori a supervisori con responsabilità finale; il saper presidiare, ovvero governare l’agenticità definendo i confini decisionali della “macchina”, gestendo le escalation e mantenendo il controllo sul processo; saper garantire che le decisioni assistite dall'IA siano tracciabili, spiegabili e verificabili; capacità di integrare giudizio personale, esperienza e raccomandazione algoritmica per dare vita a decisioni strategiche complesse realmente efficaci; visione sistemica per decidere come inserire la tecnologia nelle singole porzioni di flussi lavorativi. Data la trasformazione della fatica operativa a fatica decisionale, infine, è necessaria la competenza emotiva e cognitiva per gestire la pressione che deriva dal dover validare costantemente processi automatizzati assumendosene la piena responsabilità.
“Si sta viaggiando verso competenze di governance che fondono conoscenze tecniche, capacità analitiche e nuove responsabilità etico-professionali. La necessità è garantire che l'innovazione resti socialmente sostenibile e sotto controllo umano. Questo passaggio epocale, infatti, se intercettato in tempo da decisori e policy maker, può essere governato senza correre il rischio di vedere i lavoratori marginalizzati: i lavori entry level nel terziario rischiano di scomparire mentre quelli ad alto valore rischiano il declassamento e la perdita di potere contrattuale: senza regole chiare su capitale conferito, catturato e anche computazionale, cioè il tesoretto di chi possiede l’infrastruttura tecnologica e i dati, si amplia la distanza tra il potere delle organizzazioni e il valore di chi vi lavora. Quanto auspicato dai professionisti intervistati non è solamente un riconoscimento economico, ma anche un insieme di diritti, tutele e garanzie di partecipazione ai processi entro limiti ben definiti” spiega Paolo Gubitta, co-autore della ricerca.
Il contesto globale e quello italiano
Sul piano globale, il 2026 ha visto l'adozione dell'IA agentica registrare tassi di penetrazione diversificati in base a tipologia di azienda e settore. Secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, il 23% delle aziende utilizza già gli agenti autonomi in almeno una funzione cruciale. Situazione simile in Italia, dove il 22% delle grandi imprese coordina già flussi di lavoro attraverso gli agenti. Nel nostro Paese, il mercato complessivo dell’IA ha raggiunto gli 1,82 miliardi di euro trainato dalla necessità di superare i limiti dell'IA generativa tradizionale a favore di sistemi proattivi e capaci di agire in autonomia.
Secondo invece il Research Institute di Capgemini, sebbene una larga fetta delle imprese sia in fase esplorativa, la quota di grandi aziende che ha già soluzioni pienamente operative si attesta complessivamente tra il 10% e il 13%, con un’allocazione media nel 2026 del 5% dei budget totali business all'IA. L'integrazione degli agenti autonomi non è omogenea e vede comparti fortemente digitalizzati guidare la transizione.
A livello globale, infatti, come evidenziato nel Global Data Trends Report 2026 di Snowflake, spingono la crescita del fenomeno “agentico” i servizi ad alto tasso di automazione: guidano la classifica le aziende fintech e di servizi finanziari, settore in cui il 92% delle principali realtà ha integrato almeno un agente autonomo nei processi di produzione principali (risk assessment e KYC automatizzato); seguono le banche commerciali, dove l’85% utilizza agenti per risolvere controversie di fatturazione o elaborare prestiti senza l'intervento umano; volumi inferiori ma sempre consistenti si registrano nel settore privato della sanità, con il 63% delle organizzazioni che ha sperimentando o implementato l'IA agentica per ottimizzare la ricerca e velocizzare i flussi documentali; nel mondo della tecnologia e dei software, il 31% delle grandi imprese ha agenti integrati stabilmente nei flussi di sviluppo; nel settore retail e e-commerce, il 23% dei principali operatori fa uso di sistemi agentici per la gestione dinamica dei prezzi, raccomandazioni d'acquisto evolute e logistica di magazzino.
In Italia la spinta verso l'IA agentica è guidata dall'esigenza di far dialogare i sistemi informativi aziendali esistenti, riducendo l'intervento umano nei compiti operativi ripetitivi. Sono già attivi agenti nel mondo della finanza e delle assicurazioni per la per la gestione documentale complessa e i processi di assistenza, nell’automotive e nel retail di scala per connettere la gestione dei clienti con i sistemi CRM operativi e nel settore dell’educazione e dei servizi avanzati per automatizzare la segreteria, la reportistica e la risposta a procedure interne.
--
Ricerca scaricabile: https://drive.google.com/file/d/1_im3JPrLoYknZsk7gknWBEmsMqTogygc/view?usp=sharing
--
Contenuto frutto di partnership editoriale con l'agenzia www.business2media.it