Le maggiori bollette diventano il numero da ricordare. Peccato che nella stessa fonte ci siano anche i risparmi. Prima di presentare il conto al lavoro da remoto, sarebbe utile arrivare in fondo all’addizione.
Prima o poi arriveremo anche lì: il riscaldamento globale è colpa di quello che lavora dalla cucina il martedì e il giovedì. La tangenziale alle otto e mezzo, invece, emette lavanda. È una caricatura, naturalmente, ma descrive bene il rischio di un dibattito nel quale un dato sui consumi domestici può diventare, di ripresa in ripresa, una sentenza sulla convenienza del lavoro da casa.
Il caso è il titolo pubblicato da Repubblica l’8 novembre, sopra un articolo firmato Paola Arosio: «Quanto costa lo smart working: tra luce e gas quasi 500 euro di spese in più all’anno». Il riferimento alle bollette è esplicito, quindi non serve inventarsi una falsità che non c’è. La scelta editoriale resta discutibile: la domanda è quanto costa lo smart working; la cifra che rimane in testa è cinquecento euro. Per sapere se al lavoratore restino più o meno soldi, però, manca ancora il conto decisivo.
La fonte è una simulazione di Altroconsumo su due famiglie tipo, nelle quali almeno una persona lavora da casa per tutti e cinque i giorni lavorativi. Le maggiori spese energetiche stimate sono circa 460–485 euro annui. Non rappresentano il saldo economico del lavoro da remoto e non descrivono automaticamente chi ne fa un paio di giorni alla settimana. Prima di mettere quel numero in tasca a qualsiasi lavoratore, insieme alle chiavi della macchina e al badge, bisognerebbe conservarne le condizioni.
E adesso viene la parte interessante: nella fonte ci sono anche scenari di risparmio su trasporti e pasti. Non soltanto un generico richiamo ai benefici, buono per sistemare la coscienza dopo aver agitato la bolletta. Ci sono ipotesi e calcoli. Quindi il confronto si poteva fare. Il materiale per raccontare una storia più completa era già sul tavolo.
Mettiamola giù con un esempio nostro, volutamente semplice e dichiaratamente ipotetico: duecento giornate lavorate da casa, tre euro al giorno di carburante evitato e cinque euro di differenza tra il pranzo fuori e quello preparato in cucina. Fanno milleseicento euro. Togliamone anche cinquecento di maggiori bollette: restano millecento euro. Non è una media nazionale né una promessa per tutti. È una sottrazione sufficiente a mostrare perché una bolletta più alta possa convivere tranquillamente con un bilancio personale migliore.
Nel sommario di Repubblica il risparmio sul carburante compare come compensazione parziale. Ed è qui che vorrei fermarmi: parziale per chi? Per chi attraversa la strada o per chi percorre sessanta chilometri al giorno? Con quale automobile, quali pedaggi, quale parcheggio? Senza quel confronto, la compensazione potrebbe essere parziale, totale oppure ampiamente superiore alla spesa aggiuntiva. La parola scelta anticipa una conclusione che il solo conto energetico non può stabilire.
Per correttezza, questa critica riguarda il titolo e il sommario pubblicamente visibili di Repubblica, non pretende di riassumere ogni passaggio del testo riservato agli abbonati. Ma titolo e sommario sono già scelte giornalistiche: orientano la lettura e circolano anche senza il resto dell’articolo. Non sono il nastro decorativo intorno alla notizia.
Ad Altroconsumo rivolgo un’obiezione diversa. Il suo titolo delimita correttamente il tema alla bolletta e l’introduzione richiama i possibili risparmi. Proprio perché propone anche l’altro lato del bilancio, avrebbe potuto mettere più in evidenza alcuni saldi di scenario, con tutte le condizioni del caso. Sarebbe stato un servizio utile: mostrare quando le maggiori spese vengono compensate, quando no e quali voci cambiano davvero il risultato. Il lettore cerca di capire quanti soldi gli rimangono, non soltanto quanta corrente passa dal contatore.
Perché andare in ufficio costa. La benzina non la regala il direttore del personale, il parcheggio non si paga in spirito di squadra e il distributore non accetta come valuta il piacere di ritrovare i colleghi. Treni, autobus, pedaggi e pranzi fanno parte del conto quanto il riscaldamento. Non diventano irrilevanti soltanto perché li pagavamo già prima e ci siamo abituati a considerarli una specie di tassa naturale sull’occupazione.
Naturalmente bisogna fare bene anche i conti favorevoli al remoto. Un abbonamento ai mezzi è un risparmio soltanto se puoi eliminarlo o sostituirlo spendendo meno. Se continui a pagarlo, il vantaggio su quella voce è zero. Chi va in ufficio a piedi e porta la schiscetta ha una situazione diversa da chi prende l’auto e mangia fuori. Eventuali buoni pasto persi o mantenuti cambiano il risultato. E lavorare da casa non rende automaticamente compatibile una giornata professionale con la cura dei figli: nemmeno la babysitter può sparire dal bilancio per magia. Per difendere il lavoro agile non abbiamo bisogno di raccontare favole speculari.
C’è poi il tempo. Un’ora quotidiana di tragitto evitata per duecento giorni significa duecento ore recuperate. Non sono uno stipendio aggiuntivo, non vanno spacciate per denaro incassato e non pagano direttamente la bolletta. Sono però vita disponibile. Continuano ad avere valore anche quando nessuno emette fattura, per quanto questa sembri una nozione difficile da infilare in certi ragionamenti sul ritorno alla scrivania aziendale.
Il rischio arriva quando comincia la valanga delle riprese: una simulazione sulle maggiori spese energetiche diventa “il lavoro da casa costa”, poi qualcuno la usa per sostenere che tornare in ufficio conviene. Non sto dicendo che questa catena si sia già compiuta in ogni suo passaggio; sto dicendo che è facilissimo costruirla quando il numero viaggia meglio delle condizioni che lo accompagnano. A ogni giro si perde una precisazione e aumenta la sicurezza di chi commenta.
Aspettiamo allora il prossimo passaggio: qualcuno leggerà soltanto il titolo, qualcun altro citerà chi ha citato quel titolo e alla fine avremo trovato il colpevole delle emissioni. Quello con il portatile sul tavolo della cucina. Gli altri, evidentemente, arrivano in ufficio sospinti da una brezza a impatto zero.
Un giornale economico dovrebbe aiutare il lettore a confrontare alternative reali. Quanto spendo in più a casa? Quanto evito fuori? Che cosa cambia se lavoro da remoto due giorni anziché cinque? Quali costi rimangono comunque? Sono domande concrete, che richiedono ipotesi trasparenti e conti completi, senza bisogno di arruolare ogni bolletta nella guerra tra ufficio e salotto.
Il gas costa. La benzina pure. Se volete raccontarci quanto conviene lavorare da casa, arrivate fino al saldo. Altrimenti ci lasciate con un titolo rumoroso, un conto incompleto e la solita domanda: la benzina per andare in ufficio la mettete voi?