Una ricerca NOMAG su 1.056 professionisti internazionali mostra che il lavoro mobile è spesso una possibilità utilizzata per periodi limitati, dentro carriere e famiglie già strutturate. Per far funzionare quei periodi, il Wi-Fi è soltanto l’inizio.
Il nomade digitale delle fotografie ha un laptop, uno zaino e una notevole capacità di ignorare ciò che succede fuori dall’inquadratura. Il nomade digitale che risponde a un questionario, invece, deve trovare una casa, continuare a lavorare, magari coordinarsi con il proprio datore di lavoro e capire come vivrà il partner durante il trasferimento.
È la differenza che emerge da At Last, Italy… At Least Temporarily, la ricerca NOMAG condotta su un pubblico internazionale non italiano interessato alla mobilità professionale. Hanno risposto, almeno in parte, 1.056 persone. Il campione è selezionato dall’audience della pubblicazione e non rappresenta tutti i lavoratori mobili. È però utile per mettere alla prova alcune immagini molto diffuse del lavoro «da ovunque».
Fra coloro che hanno risposto alla domanda sull’esperienza, il 93,5% ha già lavorato almeno una volta senza essere vincolato a una sede. Soltanto il 4,8%, però, dice di vivere e lavorare attualmente in questo modo continuativo. Per molti, la mobilità sembra essere una possibilità che si attiva in alcuni periodi della vita professionale, più che un’identità permanente.
È una distinzione importante per le aziende. Consentire a una persona di lavorare per un periodo da un altro luogo non equivale a organizzare un team di viaggiatori perpetui. Significa stabilire in quali condizioni quella persona può continuare a svolgere il proprio lavoro, come si coordina con colleghi e clienti e quali aspetti amministrativi devono essere chiariti prima della partenza.
Chi si sposta porta con sé una vita già organizzata
Nel campione NOMAG i freelance costituiscono il gruppo professionale singolo più numeroso, al 31%. Ma dipendenti, dirigenti e imprenditori insieme rappresentano il 42,6%. Il 69,2% di chi ha risposto alla domanda sull’esperienza professionale si colloca fra senior, dirigenti, fondatori, titolari d’impresa e persone ritirate o parzialmente ritirate dall’attività. Solo il 4,8% si definisce all’inizio della carriera.
Anche l’età è diversa da quella suggerita da molta comunicazione sul nomadismo digitale: il gruppo più numeroso ha fra 35 e 44 anni, seguito da quello fra 45 e 54. E lo spostamento riguarda spesso più persone. Il 78,2% immagina che vivrebbe in Italia con partner, figli o altri familiari; soltanto l’11,8% pensa che lo farebbe da solo.
Il lavoro mobile, per questo pubblico, consiste dunque nel trasferire per un periodo una routine professionale e familiare che esiste già. Due persone possono aver bisogno di lavorare contemporaneamente dalla stessa abitazione. Un dipendente deve conoscere le regole della propria impresa. Un imprenditore deve poter continuare a seguire clienti e collaboratori. Se un familiare ha bisogno di cure, la disponibilità di servizi sanitari smette di essere un dettaglio.
Non sorprende allora che il 72,4% preferisca un’intera casa privata o un appartamento servito. Camere condivise e coliving raccolgono insieme il 15,6%. La domanda principale non sembra essere «dove posso conoscere altri nomadi?», ma «dove posso continuare a vivere e lavorare bene?».
La durata giusta per lavorare, abbastanza lunga da far emergere i problemi
Il 66,8% dei rispondenti indica come durata ideale in Italia un periodo da uno a tre mesi. È più di una vacanza con qualche email da smaltire. Per chi lavora, quel tempo richiede una casa funzionale, costi mensili prevedibili e la possibilità di entrare rapidamente in una routine.
La ricerca non dice che tutti partirebbero allo scadere di un visto, né che tutti vorrebbero trasferirsi definitivamente. Misura una preferenza dichiarata. Apre però una domanda per chi progetta politiche di lavoro agile e offerte territoriali: quanto è facile organizzare una permanenza lavorativa di alcuni mesi, anziché pochi giorni o diversi anni?
Anche persone con redditi relativamente elevati restano attente al costo. Il 56,6% di chi ha dichiarato il reddito personale indica almeno 60.000 euro lordi annui, ma il 65,8% dei rispondenti alla domanda sull’alloggio vorrebbe spendere meno di 1.250 euro al mese. Moltiplicare una tariffa turistica giornaliera per sessanta giorni difficilmente crea una soluzione abitativa convincente.
La vera infrastruttura del lavoro remoto
Quando gli intervistati possono scegliere fino a tre servizi decisivi per la località in cui vivere, trasporti e accessibilità arrivano al 65,8%; sanità e servizi quotidiani al 59,8%. Internet affidabile o uno spazio di lavoro è indicato dal 45,5%.
La connessione è necessaria. Ma un professionista con una connessione eccellente può comunque scegliere di non tornare se non riesce a muoversi, trovare una casa adatta o capire come accedere ai servizi. Fra i fattori che potrebbero scoraggiare la scelta dell’Italia, trasporti, sanità e vita quotidiana arrivano al 57,8%; lingua e integrazione al 48,3%. Casa e burocrazia, inclusi i temi di visto o residenza, vengono citate ciascuna da circa un terzo.
Questo allarga il significato pratico di smart working. Il lavoro si può svolgere a distanza grazie alla tecnologia, ma la persona che lo svolge vive in un luogo fisico. La qualità di quell’esperienza dipende anche da case, treni, medici, informazioni comprensibili e regole aziendali chiare.
Per un datore di lavoro, rendere possibile una permanenza all’estero richiede di definire condizioni e limiti prima che il dipendente prenoti una casa. Per le località che vogliono attrarre questi professionisti, significa descrivere la vita quotidiana con la stessa precisione con cui promuovono il paesaggio. Per chi offre alloggi o servizi, significa progettare attorno a persone che lavorano davvero, spesso insieme alla propria famiglia.
L’Italia è già nella lista di molti intervistati: il 36,7% ha vissuto e lavorato da remoto nel Paese e un altro 33,6% sta valutando di farlo. Il 24,6%, però, l’ha considerata e poi ha scelto diversamente. Non conosciamo il motivo individuale di ogni rinuncia. Sappiamo quali frizioni questo pubblico segnala.
Forse la prossima evoluzione del lavoro «da ovunque» comincia proprio qui: smettere di trattare il luogo come uno sfondo e chiedersi se permette alle persone di lavorare e vivere bene per tutto il tempo che desiderano fermarsi.
At Last, Italy… At Least Temporarily è il primo volume della collana NOMAG Research Books, che comprende anche una ricerca sugli effetti delle case a un euro e i risultati preliminari di RELOCALS, dedicata a persone nate all’estero che hanno scelto di vivere in Italia. Gli abstract sono accessibili agli iscritti gratuiti; gli abbonati a pagamento possono leggere le edizioni digitali complete.