Alla vigilia del Primo Maggio, il report FragilItalia “Lavoro”, realizzato da Area Studi Legacoop in collaborazione con Ipsos, restituisce una fotografia molto più interessante del solito dibattito sul lavoro in Italia. Non siamo davanti a un Paese che semplicemente “non vuole più lavorare”, formula comoda ma pigra. Siamo davanti a lavoratori che continuano a riconoscere al lavoro un ruolo centrale, ma che non accettano più che esso esaurisca il senso della propria vita, della propria identità e del proprio benessere.
Il primo dato, infatti, potrebbe sembrare rassicurante: l’81% degli occupati si dichiara soddisfatto in generale del proprio lavoro. È una percentuale alta, che smentisce l’idea di un rifiuto generalizzato dell’impegno professionale. Ma il dato diventa meno tranquillizzante appena lo si legge insieme agli altri indicatori. Il 41% dei lavoratori afferma di sentirsi svuotato al termine della giornata lavorativa, mentre il 37% dichiara di provare spesso esaurimento emotivo. In altre parole, molti lavoratori non odiano il proprio lavoro: semplicemente ne escono consumati.
È qui che il tema diventa pienamente organizzativo e manageriale. Perché il problema non è solo quanto si lavora, ma come si lavora, con quale grado di autonomia, riconoscimento, partecipazione e connessione con il risultato finale. Il report segnala che il 28% degli intervistati si sente poco o per nulla coinvolto nelle decisioni che riguardano la propria attività. Questo dato, per chi si occupa di HR, dovrebbe pesare almeno quanto quello sull’intelligenza artificiale. La sostituibilità non nasce soltanto dalla presenza delle macchine, ma anche da modelli organizzativi che trattano le persone come esecutori intercambiabili.
Il 42% dei lavoratori afferma infatti di sentirsi sostituibile da macchine o dall’intelligenza artificiale: il 13% costantemente, il 29% spesso. È un numero forte, ma va letto con attenzione. Non misura necessariamente il rischio oggettivo di perdita del posto di lavoro. Misura una percezione. E le percezioni, nelle aziende, producono comportamenti reali: disingaggio, ansia, difensività, resistenza al cambiamento, perdita di fiducia. La tecnologia diventa minacciosa quando arriva dentro ambienti dove le persone si sentono già poco ascoltate, poco valorizzate e poco coinvolte.
Il nodo più profondo è quello del senso. Il 33% dichiara di avvertire almeno occasionalmente che il proprio lavoro manca di significato o scopo, mentre il 16% vive questa sensazione frequentemente. Anche qui, il tema non riguarda soltanto la retorica del purpose, spesso abusata nei documenti aziendali. Riguarda la capacità concreta di far capire alle persone perché ciò che fanno conta, per chi conta e quale impatto produce. Non a caso, il rapporto con il prodotto finale del proprio lavoro appare migliore: il 45% si sente abbastanza connesso e il 29% molto connesso. Dove la connessione con il risultato è visibile, il senso resiste meglio.
Per le imprese, il messaggio è chiaro: il benessere non può essere ridotto a benefit, piattaforme welfare o qualche giornata di formazione motivazionale. Il benessere entra nella progettazione del lavoro, nella qualità dei processi decisionali, nella trasparenza dei percorsi di crescita, nella distribuzione del carico, nella possibilità di conciliare vita privata e professionale senza trasformare la flessibilità in reperibilità permanente.
Il dato forse più politico, nel senso alto del termine, è che il 54% degli italiani si sente più realizzato nelle attività svolte fuori dal lavoro rispetto a quelle professionali. Non è necessariamente una cattiva notizia. Anzi, può essere il segno di una società più matura, che non chiede più al lavoro di sostituire tutto il resto. Ma per le organizzazioni è un avvertimento: se il lavoro vuole continuare ad attrarre energia, talento e responsabilità, deve smettere di chiedere centralità senza restituire significato.
La classifica dei valori conferma questa evoluzione: sicurezza economica e stabilità restano al primo posto, indicate dal 53% degli intervistati, seguite dall’equilibrio vita-lavoro al 50%, dal benessere psicofisico al 42% e dal riconoscimento del merito al 33%. Non c’è contraddizione tra stabilità e benessere, tra sicurezza e flessibilità. La vera sfida HR dei prossimi anni sarà proprio costruire ambienti nei quali queste dimensioni non siano alternative, ma integrate.
Il report FragilItalia non racconta quindi la fine del lavoro. Racconta la fine di una sua interpretazione unidimensionale. Il lavoro resta importante, ma non può più essere solo salario, presenza, mansione e performance. Deve tornare a essere anche partecipazione, identità, competenza, relazione e prospettiva. E forse la domanda più utile, per le aziende, non è se l’intelligenza artificiale sostituirà le persone. È se le aziende hanno già iniziato a farle sentire sostituibili molto prima dell’arrivo dell’AI.