Una ricerca di Ilaria Mariotti, Chiara Tagliaro e Federica Rossi analizza l’esperienza della Regione Emilia-Romagna e mostra che lo smart working, quando viene progettato come politica organizzativa e territoriale, può produrre effetti che vanno ben oltre il benessere individuale.
Per anni il dibattito sul lavoro flessibile si è concentrato su una scelta apparentemente binaria: ufficio oppure casa. La ricerca di Mariotti, Tagliaro e Rossi introduce invece una terza possibilità, il near-working, cioè la possibilità di lavorare in uffici satellite, spazi pubblici attrezzati o coworking vicini alla propria abitazione. Non è soltanto un dettaglio logistico: significa ridurre gli spostamenti senza trasferire interamente sul lavoratore i costi, l’isolamento e le difficoltà che possono derivare dal lavorare sempre da casa.
Il paper colloca il caso italiano in un quadro europeo più ampio. In Irlanda la rete Connected Hubs sostiene comunità e imprese nelle aree rurali; in Francia i tiers lieux si stanno diffondendo anche fuori dai grandi centri; in Portogallo una rete nazionale di telelavoro e coworking coinvolge i territori interni. Anche Milano e Bologna hanno sperimentato modelli di lavoro di prossimità. La domanda comune è la stessa: il lavoro flessibile può diventare uno strumento di riequilibrio territoriale, oltre che una misura di welfare aziendale?
L’esperienza analizzata più approfonditamente è quella della Regione Emilia-Romagna, che ha avviato lo smart working già nel 2018 con il progetto VELA. Oggi il 94–96% dei dipendenti ha sottoscritto un accordo di lavoro agile, con la sola esclusione delle mansioni che non possono essere svolte a distanza. L’intesa ordinaria consente di lavorare da remoto fino al 50% delle giornate su base semestrale, lasciando quindi maggiore libertà rispetto a una rigida programmazione settimanale. In presenza di figli sotto i quattordici anni la quota può arrivare all’80%, mentre situazioni di disabilità, salute, gravidanza o particolari esigenze familiari possono consentire il lavoro interamente da remoto.
La flessibilità ha imposto anche di ripensare gli spazi. Il piano regionale riguarda 67 edifici, 4.721 persone e 5.448 postazioni, delle quali 154 organizzate in coworking distribuiti fra Bologna e altre città emiliano-romagnole. Il monitoraggio ha rilevato un’occupazione media degli uffici intorno al 45%, con un massimo del 58%: da qui la scelta di ridurre le postazioni individuali, introdurre il desk sharing e liberare superfici per riunioni, lavoro di gruppo e socialità. Nel 2024 quasi mille dipendenti hanno utilizzato l’app regionale di prenotazione, generando 22 mila prenotazioni di postazioni e 3 mila di sale riunioni.
I risultati più immediati riguardano gli spostamenti. Secondo le stime riportate nello studio, nel 2024 i costi del pendolarismo si sono ridotti di circa 9 milioni di euro e il tempo impiegato nei tragitti di oltre 390 mila ore; anche le emissioni legate agli spostamenti risultano più che dimezzate. La razionalizzazione degli immobili e dei consumi ha inoltre prodotto una riduzione stimata di circa 3,8 milioni di euro, pari a quasi il 10% dei costi di gestione considerati.
Ma il punto più interessante è forse quello sociale. Il near-working può aiutare genitori, caregiver e persone con disabilità, permettendo loro di lavorare vicino a casa senza essere necessariamente confinati nell’ambiente domestico. La Regione ha attivato anche percorsi individuali per favorire l’inclusione dei lavoratori più fragili. Le autrici, tuttavia, non nascondono i rischi: una presenza troppo rarefatta può tradursi in isolamento, minore coinvolgimento e rallentamento delle carriere, soprattutto per chi utilizza più intensamente il lavoro da remoto.
Il caso emiliano-romagnolo non è automaticamente replicabile ovunque: riguarda una pubblica amministrazione con un’elevata quota di attività telelavorabili, assume un uso significativo dell’automobile privata e presenta risultati ancora relativamente recenti. La lezione, però, è chiara. Lo smart working funziona meglio quando non viene trattato come una semplice concessione individuale o come un modo per svuotare gli uffici, ma come un sistema che mette insieme organizzazione, mobilità, spazi, inclusione e sviluppo locale. In questa prospettiva, lavorare vicino a casa può essere molto più trasformativo che lavorare semplicemente da casa.
Articolo realizzato su concessione delle autrici, a partire dalla ricerca “Flexible Working Arrangements and Near-Working for More Sustainable and Just Territories”, pubblicata su Built Environment, vol. 52, n. 2.
Fonte: DAStU-Politecnico di Milano, progetto Horizon REMAKING https://remaking-project.eu