Riceviamo un comunicato stampa interessante da International Workplace Group, la società che opera nel settore del lavoro ibrido attraverso marchi come Regus e Spaces. Interessante non soltanto per i numeri riportati, ma perché affronta uno dei punti nei quali l’organizzazione del lavoro viene sottoposta ogni anno alla sua prova più concreta: la chiusura delle scuole e la necessità, per milioni di genitori, di continuare a lavorare mentre viene meno la normale struttura quotidiana costruita intorno agli orari scolastici.
Il problema non nasce certamente con lo smart working. Per decenni le famiglie lo hanno gestito consumando ferie, coinvolgendo nonni e parenti, pagando baby sitter e centri estivi oppure ricorrendo a una successione di incastri che funzionava finché nessuno si ammalava, una riunione non veniva spostata o il treno non arrivava in ritardo. Il lavoro ibrido non ha eliminato questa complessità, ma ha almeno introdotto la possibilità di organizzare diversamente tempo e spostamenti.
Secondo la ricerca diffusa da IWG e condotta da Censuswide nel maggio 2026 su 2.012 genitori che lavorano in modalità ibrida nel Regno Unito e negli Stati Uniti, il 69% vive con forte apprensione l’organizzazione della cura dei figli durante le vacanze scolastiche. Il 74% dichiara di dover ricorrere al lavoro flessibile anche per contenere i costi, mentre il 27% prevede di spendere quest’anno più che in passato per baby sitter, centri estivi e altre soluzioni di assistenza.
I dati non riguardano direttamente l’Italia e non possono essere trasferiti automaticamente al nostro mercato del lavoro, ma descrivono una dinamica facilmente riconoscibile anche nel nostro Paese: quando la scuola chiude, il costo della conciliazione tra famiglia e lavoro viene scaricato quasi interamente sui singoli nuclei familiari.
Lo smart working non è un servizio di baby-sitting
C’è però un equivoco che sarebbe sbagliato alimentare. Lavorare da casa non significa poter lavorare normalmente mentre ci si occupa contemporaneamente dei figli. Lo confermano gli stessi intervistati: il 26% ammette di avere grandi difficoltà nel mantenere la concentrazione quando deve gestire nello stesso momento lavoro e vita domestica.
Per rispettare le scadenze, il 22% riduce il numero delle riunioni o sposta parte del lavoro alla sera, mentre il 21% si sveglia molto presto per lavorare quando i figli dormono ancora. Non è necessariamente flessibilità: può diventare una semplice dilatazione della giornata lavorativa, distribuita tra l’alba, le ore sottratte alla famiglia e una ripresa serale dopo cena.
Anche le ferie, nate per consentire il riposo, vengono trasformate in uno strumento di copertura. Il 28% dei genitori utilizza giorni di ferie per occuparsi dei figli e il 18% prevede di consumare l’intero monte ferie annuale soltanto per attraversare il periodo estivo. Il risultato è che molti lavoratori arrivano all’autunno senza avere realmente interrotto il lavoro e senza aver avuto un periodo effettivo di recupero.
Tra casa e sede centrale esiste una terza possibilità
La parte più interessante della ricerca riguarda la soluzione indicata dai lavoratori. Il 78% considera l’accesso a uno spazio professionale vicino casa uno dei modi più efficaci per ridurre la pressione estiva, mentre l’83% afferma che utilizzerebbe regolarmente un ufficio flessibile di prossimità se fosse messo a disposizione dall’azienda.
L’ufficio vicino casa non coincide né con il lavoro domestico né con il tradizionale ritorno obbligatorio nella sede centrale. Permette di separare fisicamente lavoro e vita familiare, conservando però il vantaggio di non dover affrontare ogni giorno lunghi spostamenti. Il genitore può accompagnare un figlio al centro estivo, raggiungere in pochi minuti una postazione professionale, lavorare in un ambiente adatto e rientrare senza trasformare il tragitto in un’altra ora sottratta alla famiglia.
Il 69% degli intervistati ritiene che questa soluzione permetterebbe di risparmiare significativamente sui costi di trasporto, liberando almeno una parte delle risorse necessarie per i servizi estivi. Il 27% pensa inoltre che potrebbe trascorrere più tempo di qualità con la propria famiglia. Non si tratta quindi di lavorare meno, ma di eliminare una quota di tempo improduttivo che oggi viene consumata negli spostamenti.
Una pressione che non ricade in modo uguale su tutti
La ricerca evidenzia anche una differenza di genere che le imprese non dovrebbero ignorare. Il 74% delle madri dichiara livelli elevati di stress legati alla gestione estiva, contro il 66% dei padri. Inoltre, il 26% degli intervistati ritiene che l’obbligo di raggiungere una sede lontana da casa contribuisca a creare squilibri nella distribuzione delle responsabilità familiari.
Il ritorno generalizzato alla presenza rischia quindi di non essere neutrale. Può incidere maggiormente su chi continua a sostenere la parte prevalente del lavoro di cura e può trasformarsi in un ostacolo alla permanenza delle donne nel mercato del lavoro, alla progressione professionale e all’accettazione di ruoli con maggiori responsabilità.
Nello stesso tempo, il 55% dei genitori afferma di avere oggi meno flessibilità rispetto al passato, contro il 33% registrato nel 2025. Il dato suggerisce che molte aziende stiano riducendo le possibilità di organizzazione autonoma proprio mentre i lavoratori ne avrebbero più bisogno.
La prossimità come nuova infrastruttura del lavoro
L’ufficio distribuito non risolve il problema strutturale della carenza e del costo dei servizi per l’infanzia, né può sostituire politiche pubbliche adeguate. Può però evitare che l’organizzazione aziendale renda la situazione ancora più difficile.
Una rete di luoghi di lavoro locali può diventare una vera infrastruttura organizzativa: non un benefit occasionale riservato ai genitori, ma una modalità disponibile anche per chi assiste familiari anziani, per chi vive lontano dalla sede centrale o per chi ha bisogno di un ambiente professionale senza affrontare il pendolarismo quotidiano.
IWG cita inoltre una distinta ricerca realizzata con Arup, secondo la quale l’adozione di spazi flessibili potrebbe contribuire a un incremento della produttività fino al 12% nei prossimi cinque anni e, negli Stati Uniti, a una riduzione del turnover volontario fino al 20%. Sono stime prodotte da operatori direttamente interessati allo sviluppo di questo mercato e vanno quindi lette come tali, ma indicano correttamente un punto: la flessibilità non riguarda soltanto il benessere individuale, perché può incidere anche su continuità, capacità di concentrazione e fidelizzazione delle persone.
La domanda utile, allora, non è più se si debba lavorare da casa oppure tornare tutti in ufficio. È dove abbia davvero senso lavorare, in quali giornate e con quale organizzazione. Durante l’estate questa domanda diventa più urgente, ma la risposta potrebbe migliorare il lavoro durante tutto l’anno.
Fonte
L’articolo prende spunto dal comunicato stampa di International Workplace Group relativo a una ricerca Censuswide condotta nel maggio 2026 su 2.012 genitori impiegati con modalità di lavoro ibrida nel Regno Unito e negli Stati Uniti. I dati su produttività e turnover provengono da una distinta ricerca citata da IWG e realizzata con Arup.