Per anni il workation è stato raccontato come una bizzarria da nomadi digitali: laptop in spiaggia, cocktail al tramonto, confini tra lavoro e vacanza volutamente confusi. Poi, con il ritorno in ufficio post-pandemia, in molti ne hanno decretato la fine. Ma i dati – e soprattutto le storie – raccontano tutt’altro.
A riaccendere il dibattito è un recente articolo di The Guardian, firmato da Rachel Hall, che mostra come il workation non solo non sia morto, ma stia diventando una pratica sempre più matura e trasversale per età, ruoli e settori.
La storia di Katherine, 48 anni, organizzatrice di conferenze universitarie, è emblematica. Nessun cliché da influencer o startupper under 30: il suo primo workation nasce quasi per necessità, allungando un viaggio costoso in Australia lavorando da remoto. Da allora, lavorare temporaneamente da case di amici o facendo pet-sitting è diventato un modo concreto per migliorare il suo equilibrio vita-lavoro, senza ridurre ferie né performance.
Il punto chiave non è il luogo, ma l’autonomia. Katherine può lavorare ovunque, purché rispetti scadenze e responsabilità. Non esiste una policy formale nella sua università, ma un rapporto di fiducia con i manager. Ed è proprio qui che il workation smette di essere “benefit” e diventa cultura organizzativa.
Le ricerche citate dal Guardian confermano il trend. Secondo il Chartered Management Institute, un datore di lavoro su otto ha ormai una policy strutturata sui workation, mentre uno su cinque tra i manager ne ha sperimentato uno in prima persona. Ancora più significativo il dato di Grant Thornton: le aziende con una policy dedicata sono passate dal 59% nel 2023 al 77% nel 2025. Non un esperimento, ma una direzione.
Cambia anche il linguaggio. Daniel Wheatley, ricercatore alla University of Birmingham, parla di passaggio dal work-life balance al work-life blending: non più compartimenti stagni, ma una gestione più fluida del tempo e degli spazi. Un ritorno, paradossalmente, a un modello pre-industriale, dove vita e lavoro coesistevano, prima che l’ufficio novecentesco li separasse rigidamente.
Attenzione però: workation non significa essere sempre online. Lo stesso Wheatley sottolinea il rischio di una connessione perenne, dove il lavoro invade anche i momenti che dovrebbero restare di vero riposo. Per funzionare, servono regole chiare, confini condivisi, e una leadership capace di misurare i risultati, non le ore davanti allo schermo.
Anche dal lato delle imprese, il workation sta cambiando pelle. Ian Brown, 58 anni, managing director nel settore dell’ingegneria industriale, racconta come lavorare da una capanna sulla spiaggia in Giamaica gli abbia permesso di estendere le ferie e rientrare più motivato. Oggi offre la stessa possibilità ai suoi dipendenti, come leva di fiducia e retention.
Non è un caso se anche il turismo si adatta: hotel, resort e destinazioni iniziano a progettare spazi e servizi per chi lavora, non solo per chi “stacca”. Il workation diventa così un ponte tra lavoro flessibile, benessere e territori, soprattutto quelli meno congestionati.
In definitiva, il workation non è morto: è cresciuto. Ha perso un po’ di glamour social, ma ha guadagnato sostanza. Meno slogan, più pratiche. Meno eccezione, più normalità. E forse è proprio questo il segnale più interessante.