Quando escono i dati sul mercato del lavoro, l’attenzione si concentra quasi sempre su un unico indicatore: la disoccupazione. Eppure, a livello globale, il tasso resta sotto il 5%. Un numero che, letto superficialmente, suggerisce tenuta e resilienza nonostante incertezze economiche, tensioni geopolitiche e rivoluzioni tecnologiche.
Ma questo dato racconta solo una parte della storia.
La vera crisi occupazionale non riguarda chi non lavora, bensì chi lavora senza tutele. Oltre 2,1 miliardi di persone nel mondo operano nell’economia informale: rapporti non registrati, contratti assenti o inapplicati, contributi previdenziali non versati, accesso limitato – o nullo – a diritti e protezioni sociali. Se la disoccupazione misura chi è fuori dal mercato, l’informalità misura chi è dentro ma senza rete di sicurezza.
Spesso si associa il lavoro informale ai Paesi in via di sviluppo o ai settori non regolamentati. In realtà, il fenomeno cresce anche nelle economie avanzate, spesso nascosto dentro PMI innovative e modelli organizzativi “moderni”. Non sempre è una scelta consapevole: talvolta è il risultato di trasformazioni più veloci della capacità normativa di adattarsi.
Tre sono le aree critiche.
La prima è la falsa autonomia. Professionisti formalmente inquadrati come lavoratori indipendenti, ma che di fatto operano come dipendenti: orari fissi, continuità pluriennale, monocommittenza, controllo sulle performance. È frequente nelle piattaforme digitali e nei modelli “gig”, dove algoritmi determinano compensi e tempi, mentre le imprese evitano obblighi contributivi e benefit. Il risultato è una zona grigia: rischio imprenditoriale senza reale autonomia.
La seconda area è il lavoro remoto transfrontaliero. Dopo la pandemia, molte aziende hanno assunto talenti all’estero pensando che, non essendo presenti fisicamente nel Paese di destinazione, non si applichino le normative locali. In assenza di registrazioni corrette, adeguamento contributivo e rispetto delle leggi del lavoro del Paese ospitante, questi rapporti scivolano in una nuova forma di informalità. Spesso il problema emerge solo quando sorgono questioni su benefit, contributi o cessazione del rapporto.
Esistono inoltre rischi fiscali rilevanti: la presenza stabile di un lavoratore può generare una “stabile organizzazione” con conseguenti obblighi tributari per l’impresa. Errori nei versamenti previdenziali possono lasciare il lavoratore scoperto e l’azienda esposta a sanzioni retroattive. Contratti non conformi alla normativa locale possono risultare invalidi o contestabili.
La terza dimensione è strutturale. Intelligenza artificiale, modelli ibridi, collaborazioni fluide e globali evolvono più rapidamente delle leggi. Le imprese innovano, ma il diritto fatica a stare al passo. Ciò che ieri era tollerato oggi è oggetto di controllo più stringente. Le regole sulla classificazione dei lavoratori si irrigidiscono, i controlli si coordinano, le aree grigie si restringono.
Il punto è che l’informalità raramente nasce da volontà elusiva. Spesso diventa la soluzione “di default” perché i percorsi conformi sono complessi, frammentati tra consulenza legale, payroll, fiscalità, HR e immigrazione. Anche strumenti come i visti per nomadi digitali vengono talvolta interpretati come autorizzazione totale al lavoro, senza considerare che lo status del lavoratore e gli obblighi dell’azienda restano distinti.
Serve un cambio di paradigma: flessibilità e conformità non sono alternative. È possibile costruire modelli agili, capaci di attrarre talenti globali, garantendo al tempo stesso diritti, contribuzione e sostenibilità fiscale.
Finché l’attenzione resterà concentrata solo sulla disoccupazione, l’informalità continuerà a crescere sotto traccia. E sarà proprio questa massa silenziosa di lavoratori senza protezione a rappresentare la vera fragilità del mercato del lavoro contemporaneo. Affrontarla richiede responsabilità condivisa tra imprese e policy maker, ma anche una visione più matura del lavoro globale: innovativo, sì, ma anche equo e sostenibile.