In Australia è scoppiato un dibattito che, a prima vista, sembra lontano dai nostri tavoli di discussione. Il governo dello Stato di Victoria ha proposto di introdurre per legge il diritto a lavorare da casa due giorni a settimana. Un’iniziativa che ha acceso il confronto pubblico: per alcuni un passo avanti epocale, per altri un’ingerenza eccessiva nelle dinamiche aziendali.
La domanda di fondo, però, non è australiana: riguarda tutti. Sappiamo davvero quali siano gli effetti del lavoro da remoto sull’economia, sulla produttività, sul benessere delle persone? La verità è che, nonostante cinque anni di sperimentazioni e studi, i dati rimangono frammentari. Alcune ricerche mostrano benefici tangibili – maggiore retention, soddisfazione dei dipendenti, persino miglioramenti di produttività. Altre, condotte in contesti diversi, raccontano la storia opposta: cali di performance, meno collaborazione, difficoltà di mentoring.
Il nodo è proprio questo: ogni esperienza è fortemente situata. Un trial di sei mesi in una big tech cinese non è automaticamente trasferibile a una PMI europea, né i dati raccolti in un call center britannico dicono qualcosa sull’innovazione in una startup.
Eppure, una linea di tendenza emerge. Il lavoro da remoto, riducendo i costi di avvio e gestione (uffici più piccoli, salari più flessibili), ha favorito un boom di nuove imprese soprattutto negli Stati Uniti, dove dopo decenni di declino il tasso di nuove aperture è risalito proprio post-pandemia. Ma queste imprese sono spesso più piccole e meno produttive. Dunque il bilancio rimane in sospeso: stiamo stimolando un nuovo fermento imprenditoriale o rischiamo un’economia frammentata e fragile?
Il dibattito australiano non è quindi un “problema degli altri”. Ci tocca da vicino, perché in Italia – e in Europa – siamo ancora lontani dall’avere una cornice normativa chiara e dati solidi per guidare le scelte politiche. La sfida non è imporre o vietare lo smart working per decreto, ma capire come accompagnarlo in modo intelligente, rimuovendo ostacoli burocratici e favorendo un ecosistema equilibrato.
In fondo, la vera questione non è “se” lavorare da remoto, ma “come” farlo. E soprattutto, come legare questa modalità a un’idea di sviluppo che non sia solo aziendale, ma anche sociale e territoriale.
Non a caso, il 4 settembre parte la serie “Remote Workers for Remote Villages”, dieci episodi live per esplorare il futuro del lavoro da remoto non dai grattacieli, ma dai borghi e dalle aree interne. Perché la partita non si gioca solo tra uffici e salotti, ma anche nei luoghi che potrebbero rinascere grazie a nuove persone, idee e tecnologie.
Le 'live' possono essere seguite dal profilo LinkedIn di Smart Working Magazine.