Il capo non ha un ufficio, non prende appuntamenti e, spesso, non ha neppure un nome. È un algoritmo che assegna una consegna, calcola un compenso, registra una valutazione e decide chi lavorerà di più. È il modello organizzativo che ha accompagnato la crescita delle piattaforme digitali, a cominciare dai servizi di consegna a domicilio. Adesso, però, le regole stanno cambiando.
Il Consiglio dei ministri ha approvato definitivamente, il 28 ottobre, il decreto legislativo che recepisce la direttiva europea 2024/2831 sul miglioramento delle condizioni di lavoro mediante piattaforme digitali. Il provvedimento, che attende la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, introduce una disciplina nazionale destinata a incidere non soltanto sui rider, ma su tutte le piattaforme che organizzano prestazioni lavorative in Italia, indipendentemente dal luogo in cui hanno sede.
Non è soltanto una questione di biciclette e consegne.
Il punto centrale riguarda il rapporto fra persone e sistemi automatizzati. Le piattaforme utilizzano algoritmi per distribuire incarichi, misurare prestazioni, definire priorità e, in alcuni casi, incidere sulla continuità del rapporto lavorativo. Decisioni che possono avere conseguenze economiche molto concrete, ma i cui criteri non sono sempre comprensibili a chi le subisce.
La nuova disciplina rafforza gli obblighi di trasparenza. I lavoratori dovranno conoscere i parametri che incidono sull'assegnazione dei compiti, sugli orari e sui compensi. Il principio annunciato dal Ministero del Lavoro è particolarmente significativo: un algoritmo non potrà decidere autonomamente il licenziamento di una persona. La gestione automatizzata dovrà essere accompagnata da garanzie e controllo umano.
Un'altra novità riguarda le valutazioni. Le recensioni e i punteggi acquisiti dal lavoratore potranno essere portati con sé nel passaggio da una piattaforma all'altra, secondo le condizioni previste dalla disciplina. Un riconoscimento importante in un mercato in cui la reputazione digitale può influenzare direttamente le opportunità di lavoro.
La contrattazione collettiva torna al centro.
Rispetto alla versione preliminare approvata a luglio, il testo definitivo valorizza la contrattazione collettiva come strumento per regolare condizioni economiche, organizzazione del lavoro e diritti connessi alla gestione algoritmica.
È un passaggio rilevante. Il lavoro digitale è stato spesso presentato come un rapporto individuale fra piattaforma e collaboratore, nel quale la tecnologia avrebbe reso superflue alcune forme tradizionali di organizzazione. La nuova impostazione riconosce invece che anche un'attività gestita attraverso un'applicazione richiede regole negoziate e responsabilità identificabili.
Resta, naturalmente, il problema dell'applicazione concreta. La trasparenza non consiste semplicemente nel consegnare a un rider un documento tecnico di cinquanta pagine. Occorre che il lavoratore possa comprendere perché riceve meno incarichi, come viene valutato e quali strumenti abbia per contestare una decisione.
Una questione che riguarda tutto il lavoro digitale.
Sarebbe un errore considerare questa riforma una vicenda circoscritta alle consegne di cibo. I sistemi di gestione algoritmica sono già presenti nella logistica, nei servizi, nella selezione del personale e nell'organizzazione di numerose attività professionali.
La domanda, dunque, è più ampia: fino a che punto un'impresa può delegare a una macchina decisioni che incidono sulla vita lavorativa delle persone?
Il decreto non elimina gli algoritmi e non impedisce alle piattaforme di utilizzarli per migliorare efficienza e organizzazione. Introduce però un principio destinato a diventare sempre più importante: la tecnologia può organizzare il lavoro, ma non può cancellare la responsabilità di chi lo gestisce.
E, forse, è proprio questa la notizia più interessante. Non che i rider abbiano finalmente un capo umano. Ma che anche un capo digitale debba rispettare delle regole.