Non è una richiesta di lavorare meno, ma di lavorare in modo sostenibile. È questa la lettura più utile dei primi risultati del Gen Z Intelligence Report, nuova indagine continuativa realizzata da 24 ORE Ricerche e Studi, WTW e University Box sulla relazione tra i giovani e il lavoro.
Tra gli intervistati della Generazione Z, nata tra il 1997 e il 2012, l’equilibrio tra vita privata e professionale è la priorità principale: lo indica il 60,4%. Seguono stabilità e sicurezza, al 47,6%; una retribuzione elevata si ferma al 39,6%, mentre il desiderio di fare carriera raggiunge il 29,8%. La graduatoria non dice che il salario abbia perso importanza. Dice piuttosto che, in una fase segnata da incertezza economica e costi della vita elevati, stipendio, tempo e prevedibilità vengono giudicati insieme.
Il dato più concreto per imprese e responsabili HR riguarda il limite oltre il quale il rapporto si spezza: il 52% dei giovani lascerebbe l’azienda di fronte a carichi di lavoro insostenibili. La quota è vicina al 54% di chi prenderebbe la stessa decisione per una retribuzione poco competitiva. In altre parole, non basta riconoscere il valore del lavoro in busta paga se l’organizzazione scarica sulle persone urgenze permanenti, disponibilità continua e carichi mal distribuiti.
Qui entra in gioco il lavoro ibrido. Il report non misura una preferenza diretta tra presenza, remoto e modalità ibride: sarebbe scorretto attribuirgliela. Ma offre un criterio utile per progettare questi modelli. L’ibrido non produce automaticamente work-life balance; può persino peggiorarlo se confini orari, obiettivi e carichi restano opachi. Al contrario, diventa uno strumento credibile quando consente autonomia reale, coordinamento chiaro e il diritto a non essere costantemente reperibili.
Anche il tema delle relazioni corregge qualche luogo comune. Il 67,3% degli intervistati preferisce lavorare in team piccoli ed etogenei, evitando tanto le grandi strutture quanto l’isolamento. Perciò la soluzione non è riportare tutti in ufficio indistintamente, né lasciare ciascuno solo davanti a uno schermo. Servono occasioni di confronto professionale, manager capaci di distribuire priorità e strumenti digitali che semplifichino il lavoro invece di moltiplicare riunioni e notifiche.
Il benefit più desiderato, inoltre, è il tempo libero aggiuntivo: 38%, davanti a palestra, team building e app per il benessere. È un segnale preciso: il benessere organizzativo non può essere delegato a un catalogo di benefit se l’esperienza quotidiana rimane insostenibile.
La fotografia è coerente con la più ampia indagine Deloitte 2026: in Italia il 56% della Gen Z dichiara di aver rinviato decisioni importanti per ragioni finanziarie e il 77% afferma che il costo dell’abitazione incide sulle scelte di carriera. Stabilità e flessibilità, dunque, non sono capricci generazionali. Sono condizioni materiali che incidono sulla possibilità di costruire un progetto di vita.
Per le aziende la conclusione è meno semplice di uno slogan sullo smart working: trattenere i giovani richiede retribuzioni corrette, percorsi di crescita leggibili, carichi verificabili e una cultura manageriale che misuri i risultati, non la presenza continua. Il nuovo report sarà articolato in quattro rilevazioni annuali; sarà utile capire se questi primi orientamenti si consolideranno. Intanto il messaggio è già netto: una politica del lavoro credibile deve far stare in piedi, insieme, performance e vita.
Dati del Gen Z Intelligence Report: Media Key, Borsa Italiana/Radiocor. Confronto sui fattori economici e sulle aspettative di carriera: Deloitte Gen Z and Millennial Survey 2026.