Nell’immaginario promozionale, il nomade digitale continua a essere rappresentato come un giovane freelance con uno zaino, un computer portatile e una notevole disponibilità ad adattarsi a qualunque sedia, purché vicina a una spiaggia.
Questa figura esiste, ma non descrive più da sola un fenomeno diventato molto più ampio e articolato.
Il lavoro indipendente dalla sede coinvolge oggi dipendenti, consulenti senior, imprenditori, professionisti specializzati, coppie e famiglie. È un mercato meno fotogenico di quello del laptop sull’amaca, ma probabilmente più stabile e rilevante per imprese e destinazioni.
Un fenomeno ormai entrato nel mercato del lavoro
Secondo il rapporto 2025 di MBO Partners, negli Stati Uniti i lavoratori che si definiscono nomadi digitali sono 18,5 milioni, il 153% in più rispetto al 2019. Il dato più interessante riguarda però la loro posizione professionale: 11,2 milioni hanno un lavoro dipendente tradizionale, mentre 7,3 milioni sono freelance, autonomi o imprenditori. Circa il 61% del totale è quindi composto da dipendenti.
Il nomadismo digitale non coincide più necessariamente con l’uscita dall’organizzazione aziendale. Può essere una modalità di lavoro praticata all’interno di un rapporto occupazionale stabile, talvolta regolata da policy specifiche e talvolta gestita attraverso accordi informali con il responsabile diretto.
Anche il profilo demografico è più vario di quanto suggerisca la comunicazione del settore. Il 25% dei nomadi digitali statunitensi ha almeno 45 anni, l’11% ne ha 55 o più e il 54% è sposato o vive con il partner.
Sono numeri che non cancellano la forte presenza di Gen Z e Millennials, ma mostrano che una parte significativa del mercato ha esigenze differenti da quelle tipicamente associate al giovane viaggiatore individuale.
Professionisti qualificati, non turisti con un computer
Il livello di istruzione è mediamente elevato. Il 54% dei nomadi digitali analizzati da MBO Partners possiede almeno una laurea, contro il 35% della popolazione adulta statunitense; il 19% ha un titolo avanzato. I settori più rappresentati comprendono tecnologie dell’informazione, consulenza, finanza, ricerca e sviluppo, vendite, marketing e servizi creativi.
Questi dati suggeriscono l’esistenza di una fascia composta da persone con competenze specialistiche, esperienza professionale e capacità di spesa più stabili.
Savills utilizza l’espressione “executive nomads” per indicare founder, manager e professionisti mobili che scelgono le destinazioni in base a velocità di connessione, accessibilità aerea, qualità della vita, mercato degli affitti e servizi. Il suo indice 2025 confronta 30 destinazioni internazionali.
Non tutti questi lavoratori sono dirigenti in senso stretto. Per descrivere il segmento può essere utile parlare più genericamente di established nomads: professionisti che hanno raggiunto una stabilità economica e organizzativa sufficiente per decidere dove vivere senza dipendere esclusivamente dal costo più basso disponibile.
Dalla mobilità continua allo “slomading”
Anche le modalità di viaggio stanno cambiando.
Nel 2025 un nomade digitale statunitense ha visitato in media 6,2 destinazioni, contro 7,2 nel 2023. La permanenza media in ciascun luogo è invece aumentata da 5,4 a 6,4 settimane. MBO Partners definisce questa tendenza “slomading”: meno spostamenti e soggiorni più lunghi, con effetti positivi sulla produttività, sulla vita sociale e sulla conoscenza delle comunità locali.
Il dato mette in discussione l’idea secondo cui il nomade digitale debba muoversi continuamente per essere considerato tale. Per molti professionisti, la mobilità sostenibile significa trascorrere alcuni mesi nella stessa destinazione, ritornare regolarmente negli stessi luoghi o dividere l’anno tra due o tre basi.
È un comportamento più vicino a quello di un residente temporaneo che a quello di un turista itinerante.
Cosa cercano i nomadi più maturi
Un professionista che viaggia con il partner o con i figli non sceglie una destinazione soltanto per la presenza di un coworking o per il prezzo della birra.
Secondo Savills, gli executive nomads attribuiscono particolare importanza a scuole, assistenza sanitaria, sicurezza, collegamenti aerei, dimensioni dell’abitazione e vicinanza ai servizi. Tendono inoltre a cercare immobili più spaziosi e adatti a permanenze lunghe.
Per le destinazioni, questo segmento può generare una domanda più diversificata: alloggi di qualità, ristorazione, trasporti, servizi sanitari, istruzione, consulenza fiscale e legale, attività culturali e professionisti locali.
Ciò non significa che un nomade con reddito più elevato produca automaticamente un impatto positivo. La capacità di spesa può anche aumentare la pressione sui prezzi immobiliari. Savills rileva che gli affitti prime nelle 30 destinazioni analizzate sono cresciuti mediamente del 2,9% nel 2025, pur senza attribuire tale incremento esclusivamente ai lavoratori mobili.
Il criterio più utile, quindi, non è soltanto il reddito. Occorre considerare durata della permanenza, utilizzo di servizi locali, rispetto delle regole, interazione con la comunità e capacità di produrre relazioni economiche durature.
La questione riguarda direttamente le aziende
La crescita dei nomadi dipendenti introduce anche problemi organizzativi.
Il 13% dei nomadi digitali con un lavoro tradizionale dichiara che il proprio datore non sa da dove stia lavorando. Un ulteriore 18% opera in un’azienda priva di una policy specifica, ma dispone dell’autorizzazione informale del responsabile. Complessivamente, quasi un terzo si muove quindi in una zona organizzativa poco definita.
Per le imprese, la localizzazione del dipendente può avere conseguenze fiscali, assicurative, previdenziali, giuslavoristiche e di sicurezza informatica. Il problema non può essere risolto affidandosi esclusivamente al buon senso del lavoratore o a un accordo verbale con il manager.
Una policy di work from anywhere dovrebbe stabilire almeno:
- Paesi nei quali è consentito lavorare;
- durata massima della permanenza;
- procedure di autorizzazione;
- requisiti di sicurezza informatica;
- copertura assicurativa;
- responsabilità fiscali e previdenziali;
- vincoli legati a clienti, dati e proprietà intellettuale.
La mobilità può diventare uno strumento di attrazione e fidelizzazione dei talenti, ma soltanto quando viene gestita come una scelta organizzativa e non come un’eccezione tollerata.
Un pubblico che il marketing continua a ignorare
Molte destinazioni continuano a promuoversi principalmente attraverso il basso costo della vita. È una strategia semplice, ma fragile: chi sceglie un luogo esclusivamente perché costa meno può abbandonarlo non appena emerge un’alternativa più conveniente.
I professionisti più stabilizzati cercano invece la possibilità di costruire una vita credibile, anche se temporanea. Vogliono connessioni affidabili, abitazioni funzionali, servizi accessibili, informazioni chiare e occasioni per entrare in relazione con il territorio.
Per attrarli non basta un’immagine con una spiaggia e un laptop. Servono case disponibili per alcuni mesi, procedure amministrative comprensibili, sanità, trasporti, scuole, reti professionali e servizi adatti a persone che lavorano davvero.
Il nomade digitale non è necessariamente un giovane che tenta di sottrarsi alla vita adulta. Può essere un adulto che, dopo avere costruito una carriera, ha finalmente ottenuto la possibilità di scegliere dove svolgerla.
Le imprese e le destinazioni che continueranno a rivolgersi soltanto al viaggiatore low cost rischiano quindi di ignorare la componente più interessante del mercato.
Il nomade digitale è cresciuto.
È la comunicazione a essere rimasta in ostello.
Articolo sviluppato a partire da The NOMAG Pulse #50, pubblicato da NOMAG Media. Dati verificati a luglio 2026.