C'è una cosa interessante del film 'Smart Working': dalle prime recensioni sembra che molti rischino di fraintenderlo.
Perché appena si legge il titolo, una parte del pubblico immagina l'ennesimo film che celebra la liberazione dall'ufficio, la vita in tuta, il laptop sul tavolo della cucina e il manager cattivo che vuole riportare tutti in presenza.
In realtà, da quello che emerge, il film - che non è certo un capolavoro - sembra fare qualcosa di intelligente: prende in giro tutti.
E onestamente era anche ora.
Negli ultimi anni lo smart working è stato raccontato in modo schizofrenico. Da una parte chi lo ha trasformato in una religione. Dall'altra chi continua a descriverlo come la causa di qualsiasi male aziendale: calo della produttività, crisi delle città, team disgregati, giovani che non imparano più nulla.
La verità, come spesso accade, è molto meno comoda.
Lo smart working non è la soluzione a tutto.
Ma non è nemmeno il problema di tutto.
Nel film, Giuliano - interpretato da Maccio Capatonda - è convinto che il lavoro da remoto gli abbia migliorato la vita. Meno stress. Più tempo. Più famiglia. Più equilibrio. Poi però accade qualcosa che chiunque lavori davvero in remoto conosce bene: i confini iniziano a saltare.
La casa non è più casa.
Il lavoro non è più lavoro.
E improvvisamente tutto si mescola.
Portato all'estremo della commedia surreale, il risultato è che i colleghi finiscono letteralmente per trasferirsi nel suo appartamento. Una follia narrativa, certo. Ma che in fondo rappresenta qualcosa di reale: quando non esistono limiti chiari, il lavoro tende a occupare qualsiasi spazio disponibile.
Forse è proprio qui che il film sembra colpire nel segno.
Per anni abbiamo discusso di dove lavorare.
Molto meno di come lavorare.
Abbiamo litigato su presenza contro remoto, ufficio contro casa, badge contro Zoom. Ma il vero tema non era il luogo. Era l'organizzazione.
Perché esistono aziende remote che funzionano magnificamente.
Ed esistono uffici pieni di persone che passano otto ore a fare finta di lavorare.
Allo stesso modo esistono professionisti che a casa trovano concentrazione, autonomia e qualità della vita.
Ed esistono persone che dopo sei mesi di lavoro da remoto iniziano a sentirsi isolate, confuse e permanentemente "in servizio".
Quello che il film sembra raccontare - sotto il caos, le gag e l'assurdità - è che il problema non è mai stato il computer sul tavolo della cucina.
Il problema è sempre stato il nostro rapporto con il lavoro.
Le recensioni parlano infatti di una commedia che usa il lavoro agile per raccontare molto altro: privacy, classi sociali, incomunicabilità, convivenza forzata e persino l'incapacità contemporanea di distinguere tra spazio personale e spazio professionale.
E forse questa è la parte più interessante.
Perché nel 2026 continuiamo a chiamare "smart working" cose completamente diverse.
Per alcuni significa lavorare dal divano.
Per altri significa poter vivere in una città diversa.
Per altri ancora significa autonomia, responsabilità e fiducia.
In Italia, poi, il termine è diventato una specie di contenitore universale dentro cui finiscono lavoro da casa, remote work, lavoro ibrido, nomadismo digitale e perfino semplici permessi informali.
Una confusione che il film sembra sfruttare bene, trasformandola in commedia.
La sensazione è che Svevo Moltrasio non abbia voluto realizzare un film "sullo smart working".
Ha probabilmente realizzato un film sulle persone che proiettano sullo smart working qualsiasi aspettativa possibile: libertà, controllo, fuga, carriera, famiglia, produttività, equilibrio.
E poi scoprono che nessun modello organizzativo può risolvere automaticamente problemi che esistevano già prima.
Per questo motivo potrebbe essere uno dei pochi film recenti sul lavoro capace di far ridere due categorie che normalmente non si sopportano.
Chi pensa che il futuro sia totalmente remoto.
E chi pensa che il futuro debba tornare esattamente al 2019.
Entrambi, probabilmente, usciranno dalla sala sentendosi leggermente presi in giro.
Che è spesso il miglior risultato possibile per una satira.
E forse anche per una buona conversazione sul lavoro.