La storia di Gianluca Gotto, raccontata in una recente intervista al Corriere della Sera, ricorda una verità poco raccontata: cambiare lavoro, città o Paese può aprire una porta, ma non risolve automaticamente ciò che ci portiamo dentro.
C’è una promessa implicita che accompagna da anni il racconto del lavoro da remoto. Se l’ufficio ti soffoca, se il pendolarismo ti svuota, se la città in cui vivi non ti assomiglia o il tuo lavoro ti lascia poco spazio per respirare, la soluzione sembra semplice: lavorare da casa, da un’altra città, da un altro Paese. Riappropriarsi del tempo. Scegliere il proprio ritmo. Tornare, finalmente, padroni della propria vita.
Questa promessa non è falsa. Per molte persone il lavoro da remoto ha rappresentato una possibilità concreta di vivere meglio: più tempo con i figli, una scelta abitativa più libera, meno ore sottratte alla giornata, accesso a opportunità professionali prima irraggiungibili. In alcuni casi, è stato perfino un modo per uscire da condizioni di lavoro o di vita insostenibili.
Ma non è una medicina.
Lo ricorda, con una sincerità poco comune, la recente intervista di Gianluca Gotto al Corriere della Sera. Gotto è uno degli autori italiani più letti degli ultimi anni: nato a Torino nel 1990, ha costruito con la compagna Claudia una vita fatta di lavoro online, viaggi, libri, pubblico e mobilità internazionale. Ha vissuto in Australia e Canada, attraversato l’Asia e l’Europa, lavorato da remoto, iniziato con un blog e poi trasformato quell’esperienza in un percorso editoriale di enorme successo. Oggi vive a Singapore con la famiglia e racconta di aver affrontato 42 traslochi.
Dall’esterno, il classico sogno realizzato.
Eppure è proprio lui a dire che all’inizio partire era anche una fuga. E che una grave malattia contratta a Bangkok, seguita da un periodo di depressione, gli ha imposto un confronto duro con se stesso. Non con il lavoro, non con la destinazione successiva, non con l’algoritmo o con il visto. Con se stesso.
È una distinzione importante, soprattutto oggi che il lavoro da remoto viene spesso raccontato con toni salvifici.
La flessibilità apre possibilità, non chiude i problemi
Il lavoro da remoto può cambiare le condizioni in cui viviamo. Questo conta moltissimo. Può farci guadagnare tempo, ridurre lo stress organizzativo, permetterci di scegliere una casa più sostenibile, di assistere una persona cara o di abitare in un luogo che ci fa stare meglio. Può restituire autonomia a chi ha passato anni a organizzare la propria esistenza attorno a orari, traffico e presenzialismo.
Ma non può, da solo, sostituire un equilibrio.
Può capitare di lasciare un ufficio tossico e ritrovarsi comunque esausti. Di trasferirsi in una città più bella e continuare a sentirsi soli. Di avere finalmente libertà di orario e scoprire che quella libertà, senza limiti, si trasforma in reperibilità continua. Di lavorare ovunque e rendersi conto che non si riesce più a staccare da nessuna parte.
Non è un fallimento personale. È un rischio strutturale del lavoro flessibile quando viene interpretato come disponibilità senza confini.
Il punto non è che lavorare da remoto faccia male. Il punto è che il lavoro da remoto amplifica ciò che trova. Se un’organizzazione non ha fiducia, può trasformarlo in controllo digitale. Se una persona non ha confini, può trasformarlo in lavoro permanente. Se una vita è già fragile, la libertà geografica può diventare instabilità invece che emancipazione.
La qualità del lavoro da remoto non si misura dalla distanza dall’ufficio. Si misura da ciò che quella distanza rende possibile - e da ciò che rischia di togliere.
Anche quando va tutto bene, ci si può bruciare
La parte più interessante della storia di Gotto non è il fatto che abbia attraversato una crisi. Tutti, prima o poi, possono attraversarne una. È il fatto che quella crisi sia arrivata mentre la sua vita appariva, per molti, come un modello da imitare.
Successo editoriale, libertà di movimento, amore, viaggi, una comunità enorme di lettori: tutto ciò che spesso viene associato alla vita “libera” sembrava esserci. Eppure non bastava a proteggere dalla paura, dalla stanchezza o dal bisogno di rimettere ordine dentro di sé.
È una lezione utile anche per chi non ha mai lavorato da Bali, né intende farlo. Perché nel lavoro da remoto esiste una forma meno spettacolare ma molto diffusa della stessa pressione: quella di dover dimostrare che la libertà concessa produce sempre felicità, produttività e gratitudine.
Chi ha ottenuto di lavorare da casa può sentirsi quasi in colpa nel dire che sta male. Chi lavora da un’altra città può temere di apparire ingrato. Chi ha costruito una carriera flessibile può faticare ad ammettere che sente il bisogno di routine, colleghi, presenza o radicamento.
Ma chiedere una struttura non significa rinnegare la libertà. E cercare stabilità non equivale a tornare indietro.
La stabilità non è una resa
Uno degli equivoci più forti del dibattito sul lavoro flessibile è l’idea che esistano soltanto due possibilità: da una parte la vita libera, mobile, autonoma; dall’altra il ritorno alla scrivania fissa, alla città obbligata e alla routine subita.
La realtà è molto più interessante.
C’è chi sceglie di lavorare da remoto ma resta nella propria città. Chi utilizza la libertà di lavorare ovunque per tornare vicino ai genitori o ai figli. Chi si sposta per qualche mese all’anno e poi rientra nella propria base. Chi prova una vita mobile e scopre di preferire un luogo stabile. Chi dopo anni di viaggi capisce che non vuole smettere di conoscere il mondo, ma vuole smettere di vivere con la valigia sempre aperta.
Sono tutte forme legittime di flessibilità.
La maturità del lavoro da remoto non consiste nel rendere tutti nomadi, né nel convincere tutti a lavorare da casa cinque giorni a settimana. Consiste nel dare alle persone possibilità reali e, allo stesso tempo, gli strumenti per gestirle: diritto alla disconnessione, obiettivi chiari, fiducia, accesso al supporto psicologico quando serve, spazi di relazione, regole e tutele.
Soprattutto, consiste nel non imporre una nuova retorica obbligatoria. La flessibilità non deve diventare l’ennesimo ideale irraggiungibile da performare.
Non partire per sparire: scegli per costruire
L’intervista di Gotto non è un manifesto contro la mobilità. Al contrario, mostra quanto una vita diversa possa aprire prospettive e creare opportunità. Ma mette in discussione un automatismo: quello per cui cambiare coordinate geografiche o professionali coincida automaticamente con la soluzione.
Può essere l’inizio di una soluzione. Non la soluzione intera.
Il lavoro da remoto può aiutarci a vivere in modo più coerente con le nostre esigenze. Può permettere a qualcuno di lasciare una città che non ama, a un altro di restare in un piccolo centro senza rinunciare alla carriera, a un genitore di recuperare tempo, a un professionista di lavorare con il mondo senza doverlo inseguire ogni giorno.
Ma la vita non diventa semplice solo perché il laptop può stare ovunque.
Anche il lavoratore più libero ha bisogno di confini. Anche il professionista più mobile ha bisogno di relazioni. Anche chi ha scelto una strada alternativa può scoprire che desidera una casa, una comunità, ritmi riconoscibili e un posto in cui tornare.
Non è la fine di un sogno. È il momento in cui quel sogno smette di essere una fuga e diventa un progetto di vita.
L’articolo prende spunto dall’intervista di Giulia Taviani a Gianluca Gotto, pubblicata dal Corriere della Sera il 15 settembre 2026. Le riflessioni riguardano il lavoro da remoto e la sua narrazione pubblica, non costituiscono un’interpretazione clinica dell’esperienza personale dell’autore.