Il nuovo rapporto europeo collega condizioni, produttività e capacità di trattenere le persone. E avverte che l’intelligenza artificiale può migliorare il lavoro oppure impoverirne l’apprendimento.
Quando un’impresa non trova personale, la spiegazione più rapida è che le persone non vogliano più lavorare. Il nuovo European Employment and Social Outlook, pubblicato il 13 ottobre dalla Commissione europea, suggerisce una domanda meno comoda: che qualità hanno i posti rimasti scoperti? Le carenze di personale, rileva il rapporto, sono spesso più acute proprio dove gli orari sono peggiori, i contratti meno sicuri e le retribuzioni più basse.
La qualità del lavoro nell’Unione è complessivamente migliorata nell’ultimo decennio, soprattutto su salari, sicurezza occupazionale e tempi di lavoro, ma la media nasconde differenze importanti fra Paesi, settori e professioni. Informatica, finanza, pubblica amministrazione e attività professionali e scientifiche offrono più spesso condizioni migliori; alloggio e ristorazione, servizi amministrativi e alcune occupazioni meno qualificate restano più fragili. In alcuni Paesi, inoltre, almeno due indicatori sono peggiorati nonostante il progresso europeo complessivo.
Per HR e imprese, la qualità non è un premio da concedere quando i conti vanno bene. È una leva di produttività: aumenta motivazione, riduce turnover, favorisce lo sviluppo delle competenze e permette un’organizzazione più efficace. Vale anche il percorso inverso. Retribuzioni basse e instabilità spingono le aziende a competere comprimendo il lavoro; salari migliori possono costringerle, in senso positivo, a investire in innovazione, formazione e processi.
Dentro questo quadro entra l’intelligenza artificiale. La Commissione riconosce che può liberare tempo per attività di maggior valore e aiutare soprattutto i lavoratori meno esperti a produrre di più. Ma segnala anche il rischio di indebolire il pensiero critico e l’apprendimento sul campo, mentre chi ha meno esperienza può essere meno capace di riconoscere gli errori della macchina. L’adozione dell’AI, quindi, non è una gara a distribuire licenze software: richiede supervisione, rappresentanza dei lavoratori, formazione e una scelta esplicita su quali competenze continuare a costruire.
Lo stesso vale per smart working e lavoro ibrido. Il rapporto non li riduce a un numero di giornate da casa, e nemmeno noi dovremmo farlo. Un lavoro di qualità tiene insieme autonomia, prevedibilità, retribuzione, sicurezza, crescita e possibilità di incidere sull’organizzazione. Il remoto può migliorare alcuni di questi elementi oppure peggiorarli, se allunga la reperibilità, rende invisibile il carico o sostituisce il coordinamento con un calendario di videocall.
Nel 2025 l’occupazione europea ha raggiunto il 76,1% e la disoccupazione è rimasta al minimo storico del 6%. Per il 2026, tuttavia, la Commissione prevede che lo shock energetico rallenti la crescita dell’occupazione, con circa 440.000 posti in meno rispetto allo scenario precedente. In una fase di assunzioni più caute, la tentazione sarà difendere ogni posto senza discutere come è fatto. Sarebbe un errore: trattenere persone in lavori poveri non risolve né la produttività né la carenza di competenze.
La verifica concreta per un’organizzazione può partire da pochi indicatori letti insieme: turnover volontario, differenze retributive, stabilità degli orari, accesso alla formazione, mobilità interna, assenze, autonomia percepita e qualità manageriale. Se un posto rimane scoperto per mesi, prima di accusare il mercato conviene osservare il lavoro offerto. A volte non mancano i candidati. Manca una ragione abbastanza buona per restare.