In Valle Soana 45 persone stanno vivendo e lavorando per due o quattro settimane. È un esperimento interessante perché prova a trasformare una destinazione in un luogo di vita quotidiana. Ma il test più interessante arriverà dopo, quando il pacchetto di accoglienza sarà finito.
C’è un metodo abbastanza infallibile per convincersi che sarebbe meraviglioso trasferirsi in montagna: andarci una settimana d’estate. Il tempo è bello, si dorme con la finestra aperta, si mangia bene, il telefono prende abbastanza da raccontare agli altri quanto sia meraviglioso non guardarlo più e, soprattutto, non bisogna preoccuparsi troppo di tutte quelle cose noiosissime che normalmente accompagnano la vita: lavorare, andare dal medico, portare i figli a scuola, capire come arrivare da qualche parte quando non hai un’automobile, trovare una casa disponibile per dodici mesi invece che per sette notti.
Poi si torna in città e, per qualche giorno, si dice agli amici: «Io qui mollo tutto».
Qualcuno magari lo fa davvero. Molti altri, fortunatamente o sfortunatamente, no.
È proprio per questo che trovo interessante VIHTA, il progetto di wild working che in queste settimane sta portando 45 persone a vivere per due o quattro settimane fra Ingria, Ronco Canavese e Valprato Soana, in Piemonte. I partecipanti sono stati scelti fra 762 candidature provenienti da 39 Paesi, hanno fra 25 e 59 anni e non sono semplicemente, come sarebbe facile immaginare, una carovana di ventenni con lo zaino e il MacBook: ci sono professionisti, freelance, ricercatori, architetti, ingegneri, fotografi, psicoterapeuti e anche due famiglie con bambini.
Questo rende l’esperimento particolarmente interessante per chi si occupa di smart working, perché prova a rispondere a una domanda che continuiamo a porci da quando il lavoro remoto ha smesso di essere un’eccezione: se non dobbiamo più abitare obbligatoriamente accanto all’ufficio, dove scegliamo davvero di vivere?
La risposta non si trova necessariamente in una classifica dei “borghi più belli”, e nemmeno in una campagna di marketing territoriale ben fatta. Si trova molto più banalmente provando a trascorrere un periodo in un luogo mentre si continua a fare la propria vita normale. Lavorare, fare call, rispettare scadenze, fare la spesa, capire quanto sia facile spostarsi, scoprire se la connessione funziona veramente e non solo sulla brochure, conoscere chi vive lì dodici mesi l’anno e vedere cosa succede quando arriva un martedì mattina di pioggia.
Da questo punto di vista VIHTA mi piace parecchio, perché introduce qualcosa che potremmo chiamare molto semplicemente test before you move. Prima di costruire un’idea romantica del trasferimento, provi.
Naturalmente bisogna anche capire che cosa stiamo provando. Due settimane costano 200 euro e quattro settimane 300 euro, con alloggio, utenze e coworking compresi, oltre a un programma di attività e incontri con la comunità. Per i bambini fino a dieci anni la partecipazione è gratuita ed è prevista anche la possibilità di frequentare la scuola locale. Insomma, a circa dieci euro al giorno per un mese non stiamo esattamente simulando il mercato immobiliare ordinario delle Alpi italiane.
Ma non è necessariamente un problema. Anzi, può essere proprio il senso del primo esperimento: eliminare alcune delle frizioni iniziali e chiedere alle persone di concentrarsi sul territorio. Ti troviamo una casa, ti diamo un posto nel quale lavorare, ti mettiamo nelle condizioni di conoscere persone e servizi; adesso dimmi se questo luogo ti interessa abbastanza da immaginare di tornarci.
È un primo test. Non è ancora il test definitivo.
Lo abbiamo già visto altrove. A Ollolai, in Sardegna, il progetto dedicato agli smart worker raccolse oltre mille candidature già nel 2023 e, un anno dopo, il Comune parlava di 18 mila richieste. Anche lì l’offerta era, diciamo, piuttosto competitiva: un mese in una casa privata pagando simbolicamente un euro di affitto, mentre il Comune copriva la locazione. Non sorprende che migliaia di persone fossero interessate. Ma sarebbe altrettanto ingenuo dedurre che decine di migliaia di persone stessero preparando un trasloco definitivo a Ollolai.
Il sindaco, peraltro, fu molto più prudente di molte narrazioni giornalistiche: spiegò che il progetto non aveva la pretesa di risolvere lo spopolamento, ma poteva portare conoscenze, relazioni, professionalità e attenzione sul territorio. Ed è già moltissimo.
Forse è proprio questo il punto sul quale dovremmo smettere di pretendere troppo dallo smart working. Un lavoratore remoto non deve necessariamente diventare residente per essere utile a un territorio. Può tornarci due mesi l’anno, affittare una casa, mangiare nei ristoranti, fare la spesa, collaborare con un’impresa locale, conoscere persone, portarne altre. Può persino, orrore degli uffici anagrafe, continuare ad avere la residenza altrove.
Il wild working può quindi essere interessante anche senza trasformarsi automaticamente in neopopolamento. Può creare una nuova forma di presenza, meno turistica del turismo e meno definitiva di un trasferimento. Una specie di geografia intermittente del lavoro nella quale una persona divide l’anno fra luoghi diversi e, proprio perché lavora mentre li abita, costruisce con quei luoghi un rapporto diverso da quello del turista.
Ma se vogliamo capire se esperimenti come VIHTA possono produrre qualcosa di più, il passaggio davvero interessante arriverà dopo il 18 ottobre. Immaginiamo che, fra qualche mese, qualcuno dica ai partecipanti: vi è piaciuto? Bene. Tornate per due mesi, ma questa volta senza il pacchetto. Vi aiutiamo magari a trovare una casa, poi però la pagate alle condizioni normali; organizzatevi con i trasporti, con il lavoro, con la scuola, con la spesa, con il resto della vostra vita.
A quel punto cominceremmo a distinguere il visitatore soddisfatto dal wild worker ricorrente e dal possibile nuovo abitante. Sono tre figure diverse e non c’è bisogno di decidere che una sia migliore delle altre.
Fra sei o dodici mesi sarebbe quindi molto più interessante sapere quanti dei 45 sono tornati rispetto a quanti hanno dichiarato di essersi trovati benissimo durante il soggiorno. Quanti sono tornati senza incentivo? Qualcuno ha cercato autonomamente una casa? Le due famiglie hanno considerato sostenibili scuola, mobilità e servizi? Sono nate collaborazioni professionali? Qualcuno ha scoperto, altrettanto legittimamente, che la Valle Soana è fantastica per alcune settimane ma non è il luogo nel quale vuole passare gennaio?
Anche quest’ultima risposta sarebbe utilissima.
Perché un buon esperimento non dovrebbe servire a dimostrare che avevamo già ragione. Dovrebbe permetterci di capire che cosa succede davvero.
Ed è probabilmente questo il motivo per cui VIHTA merita attenzione: non perché 762 candidature dimostrino che centinaia di persone vogliono trasferirsi sulle montagne piemontesi, ma perché offre la possibilità di osservare finalmente quel passaggio molto più interessante che va dal “che bello, qui ci vivrei” al “ok, proviamo davvero”.