Negli ultimi anni il dibattito sul lavoro flessibile si è spesso trasformato in uno scontro ideologico tra sostenitori dello smart working e difensori del ritorno in ufficio. Eppure, osservando ciò che sta accadendo in molte startup dell'intelligenza artificiale, emerge una realtà decisamente più complessa e interessante, nella quale la presenza non viene imposta attraverso politiche di Return To Office, ma nasce spontaneamente da un contesto organizzativo molto particolare.
Un articolo pubblicato da Business Insider raccoglie le testimonianze di diversi fondatori di aziende AI che sostengono di non aver mai dovuto obbligare i dipendenti a tornare in ufficio. Al contrario, in molti casi sarebbero proprio i collaboratori a scegliere di lavorare in presenza per gran parte della settimana, arrivando talvolta a trascorrere in azienda anche serate e fine settimana.
La spiegazione non sembra risiedere in una presunta superiorità dell'ufficio rispetto al lavoro remoto, bensì nelle caratteristiche specifiche di queste organizzazioni. Si tratta spesso di aziende molto giovani, con team ridotti, una forte componente proprietaria attraverso stock option o partecipazioni e una missione percepita come particolarmente ambiziosa. In questo contesto il confine tra luogo di lavoro, ambiente sociale e progetto personale tende inevitabilmente a sfumare.
Nicholas Bloom, professore di economia alla Stanford University e tra i maggiori studiosi mondiali del lavoro ibrido, sottolinea come molti dipendenti di queste realtà siano giovani professionisti che vedono nell'azienda un'opportunità straordinaria di crescita economica e professionale. In situazioni simili, il numero di ore lavorate e la presenza in ufficio diventano una conseguenza naturale dell'investimento personale nel progetto, più che il risultato di una direttiva aziendale.
Anche la natura stessa dell'innovazione nel settore AI sembra favorire interazioni continue e informali. Brainstorming, sperimentazione rapida, confronto costante e processi decisionali estremamente veloci sono attività che, almeno nelle fasi iniziali di una startup, possono trarre vantaggio dalla prossimità fisica. Non è un caso che molti fondatori intervistati parlino di fiducia reciproca, amicizia professionale e senso di appartenenza come elementi centrali della propria cultura aziendale.
Tuttavia sarebbe un errore interpretare questi casi come una smentita del lavoro agile. Le startup AI rappresentano infatti un contesto molto particolare, caratterizzato da dimensioni ridotte, forte selezione all'ingresso e obiettivi di crescita eccezionalmente aggressivi. Le stesse aziende citate nell'articolo riconoscono che, con l'aumento delle dimensioni organizzative, diventano necessari modelli più flessibili e sostenibili, introducendo giornate di lavoro da remoto e modalità ibride.
Per chi si occupa di organizzazione del lavoro, la lezione più interessante non riguarda quindi il ritorno in ufficio, bensì la relazione tra cultura aziendale e libertà di scelta. Quando le persone percepiscono un forte senso di appartenenza, condividono una missione chiara e trovano valore nelle interazioni con i colleghi, la presenza tende a emergere spontaneamente. Quando invece l'ufficio viene vissuto come un obbligo amministrativo, nessuna policy può trasformarlo in un luogo di innovazione.
La vera domanda per manager e imprenditori non dovrebbe quindi essere quante giornate di presenza imporre, ma come costruire organizzazioni nelle quali le persone desiderino realmente collaborare. Perché il futuro del lavoro probabilmente non sarà né completamente remoto né completamente in presenza, ma sempre più fondato sulla qualità delle relazioni e sulla capacità delle aziende di creare contesti nei quali valga la pena esserci.
Fonte: Business Insider, "AI workers don't work from home — they 'home from work'", Katherine Li, 13 giugno 2026.