La capacità di spesa non coincide necessariamente con la disponibilità a spendere. Una distinzione importante per chi vuole attrarre professionisti internazionali e per chi immagina nuove opportunità di lavoro da remoto.
Il nomade digitale viene spesso raccontato attraverso due caricature opposte. Da una parte il giovane freelance che viaggia con lo zaino e cerca sistemazioni economiche; dall'altra il professionista internazionale con redditi elevati, pronto a pagare qualsiasi cifra pur di lavorare da una terrazza italiana.
La realtà, naturalmente, è più articolata.
La ricerca NOMAG At Last, Italy… At Least Temporarily, costruita su 1.056 risposte di professionisti internazionalmente mobili, descrive un pubblico spesso maturo sul piano professionale. Il 69,2% si colloca in categorie senior, manageriali, imprenditoriali, esecutive o successive alla carriera lavorativa tradizionale.
Questo non significa, automaticamente, che ciascuno disponga di un reddito elevato. E soprattutto non significa che sia disposto a destinarne una quota sproporzionata all'alloggio.
È qui che emerge una questione economica interessante: un professionista capace di sostenere un soggiorno in Italia può comunque decidere di non farlo se il prezzo dell'abitazione non corrisponde al valore percepito.
La casa, infatti, non è sempre una componente accessoria dell'esperienza. Per chi si ferma uno, due o tre mesi diventa un ambiente di lavoro, una base organizzativa e una parte significativa del budget complessivo. Devono esserci connessione affidabile, spazi utilizzabili, comfort, servizi quotidiani e costi prevedibili.
Occorre però una cautela metodologica. Reddito dichiarato e budget abitativo sono dimensioni rilevate attraverso domande differenti, non necessariamente compilate dalle stesse persone. Non possiamo quindi dedurre dai dati aggregati che siano proprio i rispondenti con redditi maggiori a manifestare la minore disponibilità di spesa.
E gli italiani?
Il confronto è particolarmente interessante, ma oggi non abbiamo un campione italiano costruito con criteri sufficientemente omogenei da permettere percentuali comparative credibili. Sarebbe scorretto trasformare un'indagine internazionale in un indicatore delle preferenze dei lavoratori italiani.
Possiamo però formulare una domanda utile: quanto potrebbe spendere un professionista italiano per lavorare temporaneamente da un'altra città o regione, conservando la propria occupazione?
La risposta dipenderebbe dal reddito netto, dai costi dell'abitazione principale, dalla composizione familiare, dalle regole del datore di lavoro e dalla durata del soggiorno.
Per le destinazioni e gli operatori immobiliari la conseguenza è concreta. Non basta valutare il potenziale cliente per reddito o nazionalità; occorre capire quale esperienza abitativa stia acquistando e rispetto a quali alternative.
Il vero mercato potrebbe non essere quello delle sistemazioni più economiche o più lussuose, ma quello delle abitazioni affidabili, trasparenti e adeguate a permanenze intermedie.
Prima di definire quanto un nomade digitale sia disposto a pagare, forse conviene chiedersi che cosa gli stiamo effettivamente offrendo.