Ultimo colpo alla sostenibilità del lavoro agile. Tra treni sempre più cari e benzina alle stelle, andare a lavorare rischia di diventare un lusso. Ma il vero problema è di chi non può nemmeno scegliere di restare a casa.
Trenitalia cancella il Carnet Smart, quello che permetteva a chi lavorava in modalità ibrida di prendere il treno qualche volta alla settimana senza spendere una fortuna (sconti anche del 60%). Una decisione difficile da comprendere, almeno dal punto di vista di chi aveva ormai organizzato la propria vita professionale anche sulla disponibilità di questo strumento. Perché il lavoro ibrido non è più un esperimento e i suoi protagonisti non sono turisti occasionali: sono lavoratori e imprese che hanno costruito un'organizzazione diversa, nella quale la mobilità resta necessaria, ma non necessariamente quotidiana. E proprio quando questa organizzazione cominciava a funzionare, ecco che uno degli strumenti che la rendevano economicamente sostenibile viene meno.
Con la benzina alle stelle e i collegamenti ferroviari sempre più costosi, viene quasi voglia di dire: sapete che c'è? Resto a casa. Oppure rinuncio a quel lavoro, a quel cliente, a quella collaborazione che richiede di spostarmi due o tre volte alla settimana. Ma sarebbe troppo facile, e forse anche un po' egoista, fermarsi qui. Perché mentre noi discutiamo della convenienza di andare in ufficio martedì o giovedì, milioni di persone non hanno alcuna possibilità di scegliere. L'operaio deve andare in fabbrica, il cameriere al ristorante, l'infermiera in ospedale, la commessa in negozio. E spesso sono proprio i lavoratori meno pagati a dover sostenere ogni giorno costi di trasporto che nessuna connessione internet potrà mai eliminare.
Allora la questione diventa molto più interessante, e anche più scomoda. Quanto costa oggi andare a lavorare? E perché continuiamo a considerare quella spesa un fatto esclusivamente privato, come se non avesse nulla a che vedere con la produttività delle imprese, la disponibilità di personale, la competitività dei territori e perfino il livello effettivo delle retribuzioni? Un posto di lavoro che paga 1.500 euro al mese, ma ne richiede 250 per essere raggiunto, non vale economicamente quanto uno che ne paga altrettanti a pochi passi da casa. E un'impresa che non riesce ad assumere perché nessuno può permettersi di raggiungerla ha un problema di competitività, non soltanto di recruiting.
Naturalmente Trenitalia non è un ente di beneficenza e ha diritto di rivedere le proprie politiche commerciali. Ma se le infrastrutture pubbliche devono servire allo sviluppo economico del Paese, allora anche le politiche tariffarie meritano di essere valutate per i loro effetti sull'economia reale. Non possiamo continuare a celebrare il lavoro flessibile, la sostenibilità ambientale e la produttività per poi rendere più costoso proprio l'utilizzo del trasporto collettivo da parte di chi si sposta per lavorare.
E attenzione a non trasformare gli smart worker nelle nuove vittime di turno. Sarebbe paradossale rivendicare condizioni migliori per chi può scegliere quando andare in ufficio dimenticando chi deve timbrare il cartellino ogni mattina, magari alle sei, e non dispone nemmeno di un autobus compatibile con i propri turni. Il Carnet Smart è soltanto la scintilla di una discussione molto più grande: forse è arrivato il momento di smettere di ragionare separatamente di stipendi, trasporti e organizzazione del lavoro. Perché se lavorare deve convenire, bisogna cominciare a chiedersi anche quanto costa arrivarci.