Il rapporto JRC individua una lacuna nell’offerta formativa: chi è già occupato ha bisogno di percorsi brevi e flessibili. Per le imprese, la sfida è trasformarli in apprendimento dentro il lavoro.
L’intelligenza artificiale può arrivare sulla scrivania di una persona molto prima che arrivi un percorso per imparare a usarla. Una licenza si attiva in pochi minuti. Capire quando fidarsi dello strumento, come verificarne le risposte e quali informazioni utilizzare richiede tempo e una scelta organizzativa.
È questo il problema che merita attenzione nel rapporto AI and Skills, pubblicato il 15 ottobre 2026 dal Joint Research Centre della Commissione europea.
Il documento riporta che nel 2024-2025 circa il 30% dei lavoratori dell’Unione ha dichiarato di utilizzare l’AI sul lavoro. Ma il punto più utile per chi si occupa di formazione riguarda l’offerta: nell’istruzione superiore, i percorsi legati all’AI sono concentrati nei master, mentre le formule brevi e flessibili necessarie a chi già lavora restano poco sviluppate.
Una persona occupata non può sempre interrompere la propria attività per intraprendere un nuovo percorso accademico. Deve poter imparare mentre continua a lavorare. Questo significa trovare contenuti adeguati, occasioni per esercitarsi e tempo riconosciuto dall’organizzazione.
Il corso deve partire da un’attività reale
Per un’impresa, il primo passo può essere scegliere un processo circoscritto: preparare una bozza di offerta, riordinare documenti, sintetizzare richieste dei clienti. Prima della sperimentazione occorre descrivere il risultato atteso e gli errori che renderebbero quel risultato inutilizzabile.
La formazione acquista così un oggetto concreto. Chi partecipa può confrontare un lavoro svolto con e senza lo strumento, discutere le differenze e capire quanto controllo richieda il risultato.
Un testo prodotto velocemente potrebbe comportare una revisione lunga. Una sintesi potrebbe omettere proprio l’eccezione importante. L’esercizio serve a rendere visibili questi passaggi, prima che diventino parte di una procedura ordinaria.
Imparare richiede tempo anche ai responsabili
C’è poi una domanda che dovrebbe accompagnare ogni programma: quando si studia?
Se l’apprendimento viene aggiunto a una giornata già piena, l’azienda rischia di misurare soprattutto la disponibilità delle persone a sacrificare altro tempo. Prevedere momenti di pratica e confronto permette invece di osservare le difficoltà e correggere il percorso.
Anche i responsabili dovrebbero partecipare. Sono loro a dover valutare se un’attività migliora, quali verifiche rimangono necessarie e se le aspettative sui tempi sono realistiche. Senza questa comprensione condivisa, chi usa lo strumento e chi assegna il lavoro potrebbero misurare due cose diverse.
Dalla partecipazione alla capacità
Il numero di corsi completati dice quanto è stato frequentato. Per capire quanto è stato appreso servono altre domande: le persone riconoscono un errore? Sanno spiegare quando hanno utilizzato l’AI? Riescono a individuare i casi nei quali è preferibile procedere diversamente?
Un programma può cominciare con pochi processi e un gruppo limitato, raccogliendo esempi e problemi prima di estendersi. L’esperienza di chi svolge quotidianamente il lavoro diventa così materiale formativo per gli altri.
Il rapporto europeo segnala una lacuna nell’offerta. Le imprese possono contribuire a colmarla costruendo occasioni di apprendimento accessibili e verificabili.
L’obiettivo è che, dopo il corso, una persona sappia prendere decisioni migliori sul proprio lavoro. Compresa quella di non usare l’AI quando non serve.