Ogni estate, complice il mix vacanze, aria aperta e bisogno di staccare almeno in parte, il lavoro da remoto sembra diventare una conquista collettiva. Permette di prolungare una permanenza al mare, anticipare una partenza o trasformare una parte delle ferie in workation (o workcation che dir si voglia). È una libertà reale, ma proprio nei mesi estivi emerge una contraddizione: difendiamo con convinzione il diritto a lavorare lontano dall’ufficio quando il luogo ci offre clima, paesaggio e tempo libero; molto meno spesso siamo disposti a scegliere quello stesso luogo quando occorre viverci tutto l’anno, con servizi più rarefatti e minori opportunità quotidiane.
Prima di tutto, conviene chiamare le cose con il loro nome. In Italia continuiamo a usare “smart working” come sinonimo di qualsiasi lavoro svolto fuori sede, mentre qui il tema è il remote working: la possibilità di lavorare da un luogo diverso da quello abituale. La distinzione conta, perché sposta la domanda dall’organizzazione aziendale alla libertà geografica. Nel 2024, secondo ISTAT, il 18,6% degli occupati tra 15 e 74 anni aveva lavorato da casa negli ultimi tre mesi o continuava a farlo.
La libertà di luogo, però, non coincide con la volontà di cambiare luogo. Una ricerca IRPET su 1.209 lavoratori italiani, realizzata nel 2024 e con un sovracampionamento dei lavoratori da remoto, mostra che il 33% indica come residenza ideale una zona suburbana tranquilla ma vicina alla città, il 27% una zona urbana ricca di servizi e il 22% il mare; soltanto il 18% sceglie un piccolo borgo collinare o montano. Tra chi può lavorare da remoto, appena il 3-4% ha effettivamente cambiato Comune di residenza. Sono dati da leggere tenendo conto della composizione del campione, ma indicano uno scarto interessante: la flessibilità sembra modificare molto più facilmente il modo in cui facciamo vacanza che la geografia stabile delle nostre vite.
Lo stesso studio aiuta a capire perché. Per trasferirsi in un piccolo centro, il 76% considera molto importante una buona connessione digitale, il 74% i servizi pubblici e privati di base, il 71% la qualità ambientale e il 58% la vicinanza ai principali nodi di trasporto. Medico, scuola, negozi e mobilità non sono comodità superflue, naturalmente. Ma il dato rivela qualcosa di più: spesso non desideriamo semplicemente il borgo, la montagna o la costa; desideriamo quei luoghi purché conservino una parte consistente delle prestazioni urbane. Il remote working può liberare il lavoro dal luogo, ma non libera la vita dalla necessità di servizi.
Questo limite conta anche quando il remote working viene presentato come possibile strumento di riequilibrio territoriale. Le aree interne coprono circa il 60% del territorio italiano, comprendono il 52% dei Comuni e ospitano il 22% della popolazione, e sono definite proprio anche attraverso la distanza dai centri che offrono i servizi essenziali. Nel 2024 la loro popolazione è diminuita del 2,4 per mille, contro appena lo 0,1 per mille dei centri. Una buona connessione può rendere possibile lavorare da lì, ma non produce automaticamente sanità, scuole, trasporto pubblico, commercio o comunità. Confondere la presenza estiva dei remote worker con nuova residenzialità rischia quindi di diventare una forma di ottimismo tecnologico.
Eppure sarebbe altrettanto sbagliato concludere che il potenziale non esista. Una ricerca della Banca d’Italia trova effetti positivi del work from home sulla partecipazione e sull’occupazione, più forti tra le donne in età di cura dei figli, nel Mezzogiorno e nelle aree meno densamente popolate. Nel 2026 EY rileva inoltre che il 49% dei viaggiatori italiani si dichiara interessato a formule che combinano lavoro e vacanza; la workation interessa il 24%, mentre il digital nomadism il 16%. Se la libertà di lavorare altrove permette di allungare le permanenze e distribuirle maggiormente fuori dai picchi turistici, può generare consumi, domanda di servizi e una frequentazione dei territori diversa dal turismo tradizionale.
Resta però un altro paradosso, forse ancora più importante per una riflessione sul work-life balance. Il remote working che promette maggiore controllo sulla propria vita può rendere più permeabile il confine tra lavoro e tempo personale. ISTAT rileva che nel 2024 il 77,3% di chi aveva lavorato da casa dichiarava di svolgere attività lavorative anche nel tempo libero o fuori dall’orario abituale, contro il 38,3% di chi aveva lavorato soltanto in presenza. Nello stesso studio l’84,6% degli occupati afferma di considerare lavoro e tempo libero due ambiti nettamente distinti. Vogliamo quindi separarli più di prima, mentre gli strumenti che ci danno maggiore libertà possono anche renderne più facile la sovrapposizione.
La questione, allora, non è se sia legittimo lavorare dalla casa al mare in agosto: lo è, ed è uno dei risultati più apprezzabili della flessibilità. Si tratta piuttosto di capire che cosa pretendiamo davvero dal remote working. Se serve a prolungare una vacanza, è workation e può avere valore per chi lavora e per il territorio che lo ospita. Se invece gli attribuiamo la capacità di modificare la geografia del lavoro, favorire le aree interne e produrre nuova residenzialità, dobbiamo riconoscere che la portabilità del lavoro è soltanto una condizione. Servizi, trasporti, socialità e qualità della vita continuano a determinare dove siamo realmente disposti a vivere. Il test più interessante del remote working, in fondo, non è quanto ci piace lavorare con vista mare in agosto, ma se quella nuova libertà geografica continui ad apparirci desiderabile nello stesso luogo anche a novembre.