Una ricerca britannica individua un legame tra lavoro interamente da remoto e residenza nelle aree rurali. Prima di trasformarla nell’ennesima campagna per attirare professionisti da tutto il mondo, conviene capire chi è stato studiato e che cosa è stato effettivamente osservato.
La persona che potrebbe contribuire alla vita del vostro paese potrebbe avere 46 anni, vivere con un partner e svolgere un lavoro qualificato per il quale non è più necessario andare in ufficio. Potrebbe cercare una casa stabile, servizi affidabili e la possibilità di continuare la propria carriera in un posto dove preferisce abitare. Che si definisca o meno “nomade digitale” potrebbe essere del tutto secondario.
È un buon punto di partenza per leggere Changing work/places: Remote work and the prospect of rural and coastal revival in Great Britain, lo studio di Darja Reuschke e Julie MacLeavy che analizza i dati della Labour Force Survey britannica del 2022 e del 2025. Le autrici distinguono chi lavora interamente da remoto da chi mantiene una parte della propria settimana presso la sede del datore di lavoro. Le differenze che emergono interessano molto i territori rurali, purché non si chieda alla ricerca di dimostrare anche ciò che non ha studiato. Leggi la ricerca.
La distinzione è concreta. Lavorare da casa il venerdì non significa necessariamente potersi trasferire a qualche centinaio di chilometri dall’ufficio. Poterlo fare tutti i giorni può aprire quella possibilità. Mettere entrambe le situazioni nella stessa categoria rende più difficile capire chi possa spostarsi davvero, quanto lontano e a quali condizioni.
Anche il profilo delle persone merita attenzione. Nel campione non ponderato del 2025, i lavoratori interamente da remoto sono 2.828 e hanno un’età media di 46 anni. Il 75,5% svolge professioni altamente qualificate, il 59,9% è laureato e il 75,5% vive con un coniuge o un partner. Sono caratteristiche dell’intero gruppo, non soltanto di chi si è trasferito in campagna. Non bastano a definirli tutti benestanti, ma descrivono una popolazione decisamente più articolata del ventenne con il computer che continua a comparire nelle fotografie promozionali.
Circa il 26% dei lavoratori completamente remoti del campione vive in aree rurali, contro circa il 21% del totale. L’analisi statistica rileva un’associazione positiva tra residenza rurale e lavoro interamente da remoto; nel 2025 emerge anche un’associazione tra questa modalità di lavoro e l’avere cambiato regione nei dodici mesi precedenti. Per il lavoro ibrido non si osserva un’analoga relazione significativa con la migrazione interregionale.
Fin qui il risultato. Per arrivare alla conclusione che i nomadi digitali internazionali stiano ripopolando i borghi, però, mancano diversi passaggi.
Il primo è esplicito: lo studio esclude la migrazione internazionale. Analizza la forza lavoro già residente in abitazioni private in Gran Bretagna e i suoi spostamenti interni. Non significa che tutti gli intervistati siano britannici; significa che non si sta misurando la capacità di attirare persone dall’estero. Inoltre, il lavoro remoto considerato è sostanzialmente organizzato attorno alla propria abitazione e non implica affatto una vita nomade.
Il secondo passaggio riguarda il metodo. Le relazioni tra residenza rurale, lavoro remoto e trasferimenti interregionali vengono analizzate separatamente. Le autrici spiegano che il numero limitato di trasferimenti non consente di studiare le interazioni tra mobilità e residenza rurale o costiera. Non possiamo quindi unire i risultati e raccontare che la ricerca abbia seguito professionisti in uscita dalle città fino al loro insediamento nei paesi in declino. Quella sequenza non è stata dimostrata.
Il terzo riguarda i territori. “Rurale” comprende realtà diverse, dalle località attrattive vicine a regioni economicamente forti alle zone più isolate. Non equivale a “comune in spopolamento”. Lo studio rileva inoltre che il lavoro remoto rimane legato alla geografia delle disuguaglianze economiche e non offre sostegno a una generale rivitalizzazione delle aree costiere svantaggiate trainata da questa modalità di lavoro.
Per l’Italia, la lezione è distinguere domande che spesso vengono trattate come se fossero una sola. Chi vive già nel Paese può trasferirsi in un piccolo comune conservando il proprio impiego? Chi abita in quel comune può accedere a nuove opportunità professionali senza andarsene? Una persona residente all’estero può costruirvi una vita stabile? Un professionista mobile può trascorrervi alcuni mesi e contribuire durante la propria permanenza? Sono tutte possibilità interessanti, ma la risposta positiva a una non risolve automaticamente le altre.
Un trasferimento interno può conservare familiarità con lingua, istituzioni e organizzazione professionale. Uno internazionale comporta ulteriori decisioni; una permanenza temporanea può produrre un rapporto ancora diverso con abitazioni, servizi e comunità. La ricerca britannica offre elementi pertinenti alla mobilità residenziale interna. Non dimostra né esclude il potenziale dei nomadi digitali internazionali.
È una distinzione centrale nel prossimo libro di NOMAG Research, At Last, Italy… At Least Temporarily. La nostra indagine su 1.056 rispondenti, dedicata al rapporto tra nomadismo digitale e Italia, restituisce un profilo più maturo rispetto allo stereotipo abituale. Fra gli elementi che emergono dall’analisi c’è il peso dell’Italia come destinazione: il luogo sembra contare più della promessa di trovare una comunità di nomadi già organizzata.
Questo non significa che le relazioni siano irrilevanti. Significa distinguere una community che determina la scelta iniziale dalle reti che si costruiscono successivamente o forniscono un appoggio pratico. Anche le connessioni online e gli incontri locali rispondono a esigenze differenti. Sono risultati relativi ai nostri intervistati, da leggere entro i limiti del campione, non una descrizione universale di chiunque lavori viaggiando.
Il confronto con lo studio britannico serve dunque a rendere più precisa la domanda: chi vuole attrarre un territorio e che cosa stanno cercando quelle persone? Un lavoratore completamente remoto interessato a una casa stabile e un professionista internazionale che sceglie una base italiana temporanea possono entrambi contribuire. Non è però ragionevole presumere che abbiano gli stessi bisogni abitativi, gli stessi tempi o lo stesso effetto sulla popolazione residente.
Il libro sarà presentato il 24 settembre alle 17, al Centro Studi Americani di Roma, nell’ambito del programma NOMAG Research, e sarà disponibile gratuitamente per gli abbonati a NOMAG e ITS Journal.
Per i comuni, l’opportunità è conoscere meglio le persone dietro le categorie: lavoro, famiglia, durata prevista della permanenza e possibilità di costruire una quotidianità sostenibile. Lo striscione di benvenuto può dichiarare un’intenzione. Per capire se chi arriva cerca una casa, una base temporanea o un posto gradevole dove aprire il computer, occorre fare qualche domanda in più.