Secondo il nuovo report IWG “300 Years of Office Innovation”, i CEO globali considerano intelligenza artificiale, laptop, videochiamate, Wi-Fi e lavoro ibrido le innovazioni che più hanno trasformato il lavoro. Ma il punto non è la fine dell’ufficio: è la sua nuova funzione.
Tre secoli dopo la nascita di quello che viene spesso indicato come uno dei primi edifici moderni progettati specificamente per ospitare uffici, l’Old Admiralty Building di Londra, il lavoro non è semplicemente diventato più digitale, più veloce o più connesso: ha cambiato natura, perché il luogo fisico non è più l’unico contenitore dell’organizzazione, ma una delle componenti di un sistema molto più ampio, fatto di tecnologie, abitudini, relazioni, dati, spazi distribuiti e nuove aspettative da parte di imprese e lavoratori.
È questo, in fondo, il dato più interessante che emerge dal nuovo report “IWG: 300 Years of Office Innovation”, promosso da International Workplace Group in occasione del 300° anniversario dell’Old Admiralty Building, inaugurato nel 1726 per sostenere l’espansione delle attività navali britanniche e della pubblica amministrazione. Il riferimento storico è suggestivo, ma non è soltanto una curiosità architettonica: serve soprattutto a ricordare che l’ufficio, ogni volta che è cambiata la tecnologia dominante, ha cambiato anche la propria funzione sociale, organizzativa ed economica.
Secondo lo studio, condotto da Censuswide su un campione di 4.004 lavoratori d’ufficio tra Regno Unito e Stati Uniti nel marzo 2026, i CEO globali intervistati indicano l’intelligenza artificiale come l’innovazione più importante nella storia recente del lavoro, con il 36% delle preferenze, seguita da laptop e tablet al 35%, videochiamate e videoconferenze al 31%, Wi-Fi e Bluetooth al 29% e lavoro ibrido al 26%. La classifica è significativa perché non fotografa soltanto una preferenza tecnologica, ma descrive un passaggio culturale: le innovazioni considerate decisive non sono quelle che arredano l’ufficio, bensì quelle che permettono al lavoro di uscire dall’ufficio senza perdere necessariamente continuità, coordinamento e produttività.
Il punto centrale, quindi, non è stabilire se l’ufficio sia morto, sopravvissuto o tornato di moda, perché questa contrapposizione continua a essere poco utile. L’ufficio non è più l’unico luogo in cui il lavoro accade, ma resta uno dei luoghi in cui il lavoro può accadere meglio, a condizione che venga progettato per ciò che oggi serve davvero: collaborazione intenzionale, socialità professionale, concentrazione, accesso a tecnologie adeguate, formazione informale, incontro tra persone che non hanno più necessariamente bisogno di stare sedute ogni giorno nello stesso edificio per dimostrare di lavorare.
La parte più interessante del report riguarda proprio questa normalizzazione della flessibilità. Il 35% dei CEO sottolinea come, rispetto a dieci anni fa, la tecnologia abbia reso estremamente più semplice lavorare da qualsiasi luogo, mentre il 30% osserva che le riunioni virtuali hanno quasi interamente sostituito molte riunioni in presenza. È un dato che non va letto in modo ideologico, perché non tutte le riunioni possono essere sostituite da una call e non tutte le attività beneficiano della distanza, ma mostra quanto il lavoro ibrido sia ormai entrato nell’infrastruttura quotidiana delle imprese.
La pandemia ha accelerato un processo che era già in corso, ma l’AI sta facendo qualcosa di diverso: non si limita a rendere possibile il lavoro da remoto, come hanno fatto laptop, cloud, connessioni veloci e piattaforme di videoconferenza, ma interviene direttamente sul modo in cui il lavoro viene prodotto, organizzato e misurato. Se il laptop ha liberato la persona dalla postazione fissa, e la videoconferenza ha liberato la riunione dalla sala riunioni, l’intelligenza artificiale sta iniziando a liberare molte attività dalla sequenza tradizionale con cui venivano svolte, automatizzando passaggi, accelerando analisi, generando contenuti, supportando decisioni e modificando il rapporto tra tempo, competenza e output.
Questo non significa, però, che l’AI sia automaticamente sinonimo di produttività. Il report registra che il 35% dei leader aziendali considera l’intelligenza artificiale il fattore con maggiore impatto sulla produttività aziendale, davanti a laptop e videochiamate, ma la differenza tra una tecnologia disponibile e una tecnologia davvero produttiva resta enorme. Le imprese che tratteranno l’AI come un semplice gadget da aggiungere ai processi esistenti rischiano di ottenere poco, mentre quelle che la useranno per ripensare flussi di lavoro, ruoli, responsabilità e modalità di collaborazione potranno probabilmente ottenere risultati più solidi.
C’è poi un elemento quasi antropologico, curioso ma rivelatore: il report evidenzia una nostalgia diffusa tra i CEO e un divario generazionale sugli strumenti del passato. Il fax, il floppy disk e altre tecnologie che hanno segnato la vita d’ufficio per decenni risultano oggi quasi incomprensibili per molti lavoratori più giovani, anche quando sopravvivono come icone grafiche, come nel caso del simbolo del salvataggio dei documenti. È un dettaglio divertente, ma dice molto sulla rapidità con cui le tecnologie del lavoro passano da rivoluzionarie a invisibili, e poi da invisibili a reperti.
Non tutte le innovazioni, del resto, resistono alla prova del tempo. Tra quelle che i CEO consideravano promettenti ma che si sono rivelate più vicine alla moda che alla rivoluzione, il report cita smart glasses, tapis roulant da scrivania e lavagne interattive. Anche questo è un punto importante per chi si occupa di smart working: non tutto ciò che viene presentato come futuro del lavoro diventa davvero futuro del lavoro, perché l’adozione non dipende solo dalla novità tecnica, ma dalla capacità di inserirsi in abitudini, costi, obiettivi e culture organizzative reali.
La lezione più utile, quindi, è che il futuro dell’ufficio non sarà deciso da una singola tecnologia, ma dall’equilibrio tra tecnologia, organizzazione e qualità degli spazi. Il lavoro ibrido non funziona perché le persone stanno due giorni a casa e tre giorni in ufficio, o viceversa, ma perché l’azienda riesce a distinguere ciò che richiede presenza, ciò che richiede concentrazione individuale, ciò che può essere asincrono, ciò che deve essere condiviso e ciò che può essere supportato dall’intelligenza artificiale senza impoverire il lavoro umano.
In questo senso, i 300 anni dell’ufficio moderno non celebrano la permanenza della scrivania, ma la sua trasformazione. Dalla sede amministrativa costruita per coordinare carte, ordini e decisioni in un impero navale, siamo arrivati a un ecosistema in cui l’ufficio è sempre meno un indirizzo obbligato e sempre più una piattaforma di collaborazione, accessibile in forme diverse, distribuita sul territorio e integrata con strumenti digitali che stanno diventando parte ordinaria del lavoro quotidiano.
La domanda vera, per aziende e lavoratori, non è più “ufficio o remoto?”, perché questa è ormai una domanda troppo povera. La domanda più seria è: quale lavoro deve essere fatto, da chi, con quali strumenti, in quale luogo, con quale livello di autonomia e con quale qualità dell’esperienza? È qui che si gioca la prossima fase dello smart working, ed è qui che l’AI può diventare davvero trasformativa, non perché sostituisce magicamente la complessità organizzativa, ma perché obbliga finalmente le imprese a guardarla in faccia.