Il remote working sta separando due decisioni che per decenni sono state quasi la stessa cosa: dove vivere e per quale mercato lavorare. Potrebbe cambiare anche il modo in cui pensiamo al rientro degli italiani dall’estero.
Il primo piccolo shock culturale, per chi rientra in Italia dopo alcuni anni trascorsi all’estero, potrebbe arrivare ancora prima di aver disfatto le valigie: scoprire che quello che a Londra, Berlino, Amsterdam o New York ha sempre chiamato remote working, una volta tornato dovrà probabilmente ricominciare a chiamarlo “smart working”. È una battuta, naturalmente, ma non del tutto. In Italia l’espressione smart working è entrata nel linguaggio comune fino a diventare una definizione omnicomprensiva per quasi qualsiasi forma di lavoro svolto fuori dall’ufficio, mentre sul piano giuridico il nostro ordinamento parla più propriamente di “lavoro agile”, una modalità specifica di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato che non coincide necessariamente con tutto ciò che altrove viene ricondotto al più ampio concetto di remote work. La distinzione terminologica può sembrare secondaria, ma in realtà introduce bene un tema assai più importante: il lavoro è diventato mobile più rapidamente del linguaggio, delle organizzazioni e, soprattutto, delle regole che continuano a disciplinarlo.
Il cambiamento forse più interessante riguarda però la possibilità di separare due decisioni che per decenni, per un italiano emigrato, erano rimaste strettamente legate: scegliere dove vivere e scegliere per quale mercato lavorare. Fino a pochi anni fa, chi lasciava l’Italia per costruire la propria carriera all’estero si trovava davanti a una scelta quasi binaria nel momento in cui iniziava a considerare un ritorno. Rientrare significava normalmente abbandonare il posto di lavoro costruito altrove e cercarne uno in Italia, accettando quindi non soltanto un trasferimento geografico ma anche un nuovo mercato del lavoro, un diverso livello salariale, differenti prospettive di carriera e, spesso, una cultura organizzativa meno vicina a quella sperimentata fuori dal Paese. È proprio su questo passaggio che molti progetti di rientro si sono storicamente arenati, non necessariamente per mancanza di interesse verso l’Italia, ma perché il confronto tra ciò che si lasciava e ciò che si sarebbe trovato tornando risultava poco convincente.
Il remote working ha introdotto una variabile che modifica profondamente questo schema. Per una parte crescente delle professioni, almeno in linea teorica, oggi è possibile tornare a vivere in Italia senza dover necessariamente rientrare anche nel mercato del lavoro italiano. Un professionista può continuare a lavorare per un’impresa britannica, tedesca o americana; un consulente può mantenere clienti distribuiti in più Paesi; un manager può operare all’interno di un’organizzazione internazionale pur vivendo stabilmente in Italia. Questo non significa che la soluzione sia semplice o immediatamente accessibile a tutti, ma significa che per la prima volta il luogo in cui una persona vive e il luogo economico in cui genera il proprio reddito possono non coincidere.
I dati sui rientri suggeriscono, peraltro, di evitare qualsiasi lettura troppo ottimistica. Secondo ISTAT, nel 2025 sono rientrati dall’estero circa 56.000 cittadini italiani, mentre nello stesso anno ne sono espatriati circa 109.000. Il saldo continua quindi a essere nettamente negativo. È vero che le partenze risultano diminuite rispetto al picco del 2024, ma lo stesso istituto di statistica ha ricordato che i dati di quell’anno erano stati influenzati anche dall’introduzione di regole più stringenti sull’iscrizione all’AIRE, per cui sarebbe prematuro parlare di una vera inversione del fenomeno. Il bacino potenziale resta comunque impressionante: all’inizio del 2025 gli iscritti all’AIRE superavano i 6,4 milioni, una popolazione estremamente eterogenea per età, professione e storia personale, ma abbastanza ampia da rendere il tema del rientro qualcosa di molto più rilevante di una nicchia demografica.
La domanda interessante, allora, potrebbe essere diversa da quella che l’Italia si pone da anni. Invece di chiederci soltanto come convincere gli italiani all’estero a tornare a lavorare nel nostro Paese, potremmo domandarci come rendere possibile per loro tornare a vivere qui continuando a lavorare per il resto del mondo. La differenza non è semantica. Nel primo caso il sistema italiano deve essere in grado di offrire un impiego comparabile a quello che il lavoratore possiede già all’estero; nel secondo deve soprattutto creare le condizioni perché quel lavoratore possa trasferire in Italia la propria residenza senza essere costretto a interrompere la propria traiettoria professionale internazionale.
Il punto diventa ancora più interessante se si osserva ciò che è accaduto al lavoro da remoto dopo la pandemia. Nonostante la narrativa ricorrente sul ritorno in ufficio, il fenomeno non è affatto scomparso. Nel 2025 l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano stimava circa 3,575 milioni di lavoratori italiani attivi da remoto almeno per una parte del proprio tempo. Nelle grandi imprese erano quasi 1,95 milioni, pari a oltre la metà della forza lavoro. Ancora più significativo è il dato sul potenziale inespresso: secondo l’Osservatorio, circa il 21% dei lavoratori che non operano ancora da remoto potrebbe svolgere almeno metà delle proprie attività fuori dalla sede con la stessa efficacia e la stessa dotazione tecnologica. In altri termini, il lavoro a distanza non è più una misura emergenziale, ma una componente strutturale dell’organizzazione del lavoro, anche se nella maggior parte dei casi assume una forma ibrida e non completamente remota.
Questo limite è importante, perché lavorare due giorni alla settimana da casa a Milano non significa poter trasferire la propria residenza da Manchester a Matera. Il full remote resta una modalità minoritaria e molte imprese continuano a richiedere una presenza periodica in sede. Tuttavia, rispetto a dieci anni fa, esiste oggi una fascia di professioni e organizzazioni per le quali la distanza geografica non costituisce più un ostacolo assoluto. È questa fascia, più che il lavoro agile in generale, a rendere plausibile una nuova forma di rientro.
Naturalmente, è proprio quando la mobilità diventa transnazionale che emergono i problemi più complessi. Un dipendente residente stabilmente in Italia ma assunto da una società estera può generare questioni relative alla residenza fiscale, alla contribuzione previdenziale, al payroll e agli obblighi del datore di lavoro nel Paese di residenza. In determinate circostanze si può perfino porre il problema della cosiddetta permanent establishment, cioè il rischio che la presenza continuativa di un lavoratore in un altro Stato determini una presenza fiscalmente rilevante dell’impresa. Il tema è ormai sufficientemente diffuso da aver spinto l’OCSE ad aggiornare, nel novembre 2025, il proprio Model Tax Convention introducendo indicazioni specifiche sul lavoro remoto transfrontaliero e sui casi nei quali l’home office in un altro Paese può assumere rilievo fiscale. È una conferma interessante: il fenomeno è diventato strutturale abbastanza da richiedere un adattamento del sistema internazionale delle regole.
In questo senso il vero limite del remote working non è più tecnologico. Le infrastrutture che consentono di lavorare a distanza esistono e sono ormai ordinarie; a essere rimasti indietro sono soprattutto i sistemi fiscali, previdenziali e amministrativi, costruiti quando luogo di lavoro, luogo di residenza e sede dell’impresa coincidevano con molta maggiore frequenza. Il lavoro si è globalizzato, mentre le regole continuano in larga misura a essere nazionali.
Per l’Italia questo potrebbe rappresentare un tema di politica economica molto più interessante di quanto non appaia a prima vista. Il dibattito sul cosiddetto “rientro dei cervelli” è stato tradizionalmente concentrato sugli incentivi fiscali, sulle università, sulla ricerca e sulla capacità delle imprese italiane di riattrarre professionisti formati all’estero. Sono strumenti importanti, ma partono tutti da una premessa implicita: che il rientro della persona debba coincidere con il rientro del suo lavoro nel sistema economico italiano.
Il remote working permette di immaginare uno scenario diverso. Un cittadino italiano che torna a vivere nel Paese continuando a essere retribuito da un’impresa internazionale porta comunque in Italia reddito, consumi, competenze, relazioni professionali e spesso una famiglia. Compra o affitta una casa, utilizza servizi, consuma localmente, può investire, avviare attività e trasferire conoscenze acquisite in altri mercati. Dal punto di vista territoriale ed economico, il suo rientro produce effetti anche se il datore di lavoro resta a Londra, Berlino o San Francisco.
Questo non deve però diventare un alibi per ignorare le debolezze strutturali del mercato del lavoro italiano. Sarebbe una conclusione troppo facile pensare che sia sufficiente attrarre persone che guadagnano all’estero per smettere di occuparsi di salari, produttività, qualità manageriale e opportunità di carriera in Italia. Anzi, se un Paese diventasse attrattivo soprattutto come luogo in cui vivere grazie a redditi prodotti altrove, il problema della competitività del suo sistema occupazionale rimarrebbe intatto. Le due politiche devono quindi procedere insieme: migliorare il lavoro italiano e, contemporaneamente, rendere più semplice lavorare dal territorio italiano per il mercato globale.
Forse dovremmo allora aggiornare anche il modo in cui immaginiamo il rientro. Il percorso classico — partire, costruire una carriera, trovare un’occasione equivalente in Italia e infine tornare — potrebbe affiancarsi a un altro modello: partire, sviluppare una carriera internazionale, mantenerla e scegliere nuovamente l’Italia come luogo in cui vivere. Il remote working non farà tornare sei milioni di italiani e non risolverà da solo l’emigrazione giovanile, ma elimina almeno per una parte dei lavoratori uno degli ostacoli che per decenni ha reso la scelta quasi obbligata: Italia oppure carriera internazionale.
Oggi, per alcuni, la risposta può finalmente diventare Italia e carriera internazionale.
Forse il futuro del “rientro dei cervelli” non consiste nel convincere qualcuno a lasciare un buon lavoro internazionale per accettarne uno italiano, ma nel permettergli di riportare in Italia la propria vita senza obbligarlo a riportarci anche il proprio lavoro.
Sempre che, una volta rientrato, accetti di chiamarlo smart working.