Dal policy brief del Politecnico di Milano emerge una verità scomoda: il lavoro remoto è ovunque, ma senza un linguaggio comune resta un vantaggio incompleto per imprese e territori
Negli ultimi anni abbiamo parlato di lavoro remoto come se fosse una conquista acquisita. Una parola entrata nel lessico quotidiano, normalizzata dopo la pandemia, adottata da aziende, istituzioni, professionisti.
Ma c’è un problema: stiamo usando la stessa parola per descrivere cose diverse.
Per capirlo, vale la pena tornare a un lavoro strutturato e recente: il Policy Brief I – Building a Resilient and Equitable Framework for Remote Work Across Europe, sviluppato dal Politecnico di Milano (DAStU e DABC) nell’ambito del progetto europeo REMAKING, pubblicato nel luglio 2025.
Un documento che non si limita a fotografare lo stato dell’arte, ma prova a mettere ordine in un ecosistema che oggi è tutto fuorché ordinato.
Partiamo da qui: cos’è davvero il remote working
Nel documento, il remote working viene definito in modo netto e inclusivo: qualsiasi lavoro svolto al di fuori dei locali del datore di lavoro, indipendentemente dalla tecnologia utilizzata.
Dentro questa definizione finisce tutto:
- lavoro da casa
- lavoro in mobilità
- coworking
- modelli ibridi
Non è una distinzione semantica. È una scelta di campo.
Significa considerare il lavoro remoto come una condizione operativa, non come un modello organizzativo specifico.
E qui arriva il primo scarto: il caso italiano
In Italia, invece, il concetto si è sviluppato in modo diverso.
Lo “smart working” - introdotto formalmente con la legge 81/2017 - non è definito solo dal “dove” si lavora, ma dal “come”:
- assenza di vincoli rigidi di orario
- lavoro per obiettivi
- accordo individuale tra le parti
In altre parole, mentre a livello europeo il remote working è un contenitore, in Italia è diventato un modello.
Due impostazioni legittime. Ma profondamente diverse.
E quando queste due visioni si incontrano - ad esempio in aziende che operano su più Paesi - emergono tutte le frizioni del sistema.
Un fenomeno enorme, ma ancora instabile
Il policy brief è chiaro anche sui numeri.
Circa il 37% dei lavori nell’UE è teoricamente remotizzabile, ma solo il 22% dei lavoratori utilizza effettivamente il lavoro da remoto.
Non è un limite tecnologico. È un limite sistemico.
E ancora più interessante: dopo il picco pandemico, il lavoro remoto sta già arretrando, nonostante oltre il 50% dei lavoratori preferirebbe continuare a lavorare da casa più giorni a settimana.
Questo ci dice una cosa molto semplice: il problema non è l’adozione, ma la sostenibilità.
Europa: un mosaico, non un sistema
Il documento identifica chiaramente tre approcci normativi in Europa:
- legislativo (Spagna, Portogallo)
- contrattuale (Francia, Belgio)
- ibrido (Italia, Austria)
A questi si aggiungono differenze culturali profonde: Paesi con forte controllo formale e altri basati sulla fiducia e sull’autoregolazione.
Il risultato è un’Europa del lavoro remoto che non è un mercato unico, ma un mosaico.
E per le imprese questo ha conseguenze concrete:
- gestione complessa dei team distribuiti
- incertezza sui costi (rimborsi, strumenti, fiscalità)
- rischio legale nei modelli cross-border
Il nodo vero: il lavoro remoto oltre i confini
Il punto più critico - e meno affrontato nel dibattito pubblico - è il lavoro remoto internazionale.
Oggi circa 1,7 milioni di lavoratori in Europa operano in modalità transfrontaliera , ma il sistema fiscale e contributivo non è progettato per sostenerli.
Basta superare determinate soglie di lavoro svolto in un altro Paese per cambiare:
- regime fiscale
- obblighi contributivi
- responsabilità per il datore di lavoro
Il risultato? Le aziende rallentano. O bloccano.
Non per mancanza di visione, ma per eccesso di complessità.
Un’opportunità enorme (ancora sottoutilizzata)
Eppure il documento lo dice chiaramente: il remote working non è solo una leva organizzativa.
È una leva territoriale.
Può contribuire a:
- ridurre le disuguaglianze regionali
- redistribuire il lavoro fuori dai grandi centri
- sostenere aree marginali
Ma questo richiede una cosa che oggi manca: una visione integrata.
Molti Paesi hanno introdotto incentivi, visti per nomadi digitali, investimenti in coworking. Ma spesso senza una strategia coerente.
Il lavoro remoto viene trattato come politica del lavoro, quando è anche politica industriale e territoriale.
Il problema non è il remote working. È come lo definiamo
Il punto non è se il lavoro remoto funzionerà. Sta già funzionando.
Il punto è che non esiste ancora un linguaggio comune per gestirlo.
E finché non esiste:
- le aziende continueranno a muoversi in modo difensivo
- i lavoratori avranno diritti e condizioni disomogenee
- i territori perderanno parte del potenziale economico
Il remote working è diventato infrastruttura.
Ma è ancora regolato come un’eccezione.
E questa distanza - tra realtà e regole - è il vero spazio competitivo per chi oggi sa interpretarla meglio degli altri.