Dopo quasi trent’anni nella City, cinque a smontarne la centralità e sei mesi a vivere davvero una struttura costruita nel tempo, continuo a credere nel lavoro agile e, per chi può, nomade, ma è ora di smettere di raccontarlo come una gita romantica con il laptop.
C’è una cosa che, leggendo molti articoli recenti sul nomadismo digitale e sul lavoro “dai borghi”, colpisce più di altre: la tendenza a raccontare questo fenomeno come una scoperta improvvisa, quasi una nuova frontiera del lavoro, quando in realtà si tratta – almeno per chi lo pratica in modo strutturato – di un’evoluzione molto più lunga, complessa e meno romantica di quanto si voglia far credere.
Il tema non è stabilire se il lavoro dal territorio sia possibile o meno, perché oggi lo è, e in molti casi lo è anche meglio di quanto si pensi. Il tema è capire a quali condizioni lo diventa davvero.
Nel mio caso, per esempio, non si tratta di una scelta recente. Per quasi trent’anni ho vissuto nella City, pur lavorando costantemente in movimento, con un modello professionale che, anche quando era dinamico, restava comunque legato a un centro preciso – Londra, Milano, e in generale a una logica city-centrica delle relazioni e delle opportunità.
Solo negli ultimi cinque anni ho iniziato a mettere in discussione quella centralità, non per rifiutarla, ma perché stava diventando progressivamente meno necessaria. Il periodo del Covid, da questo punto di vista, ha accelerato un processo già in corso, rendendo evidente che molte attività potevano essere riorganizzate in modo realmente distribuito.
È qui che avviene il passaggio più rilevante, e anche il meno raccontato: non lo spostamento geografico, ma la ristrutturazione del lavoro.
Riorganizzare attività, aziende e relazioni professionali in una logica remote-native richiede tempo, metodo e una revisione profonda dei processi, molto più di quanto emerga nelle narrazioni più superficiali.
Gli ultimi sei mesi, che spesso vengono letti come una “scelta di vita”, sono in realtà semplicemente la conseguenza operativa di questo percorso. Non rappresentano un cambiamento improvviso, ma l’applicazione di un modello già costruito, che consente di lavorare dal territorio – piccoli comuni, contesti meno centrali, aree fuori dai grandi hub urbani – senza dover adattare continuamente il lavoro alle condizioni esterne.
Ed è proprio qui che si apre lo scarto tra narrazione e realtà.
Molti articoli tendono a descrivere il lavoro da remoto in questi contesti come un’esperienza immediata e accessibile, quasi spontanea, quando invece funziona solo in presenza di alcune condizioni ben precise: una struttura professionale realmente indipendente dalla presenza fisica, un network non più city-centrico, una capacità organizzativa solida e una certa disponibilità ad adattarsi a contesti meno standardizzati.
Questo non significa negare i benefici, che esistono e sono spesso rilevanti: una migliore qualità della vita, una diversa gestione del tempo, una relazione più equilibrata tra lavoro e spazio. Ma significa evitare di trasformarli in una narrazione semplificata, che rischia di generare aspettative poco realistiche.
Il lavoro dal territorio non è una soluzione universale, né un modello replicabile in modo automatico. È, piuttosto, una modalità organizzativa che può funzionare molto bene in determinati contesti e per determinati profili, ma che richiede una preparazione e una struttura che raramente vengono esplicitate.
Per questo motivo, più che alimentare un racconto aspirazionale, sarebbe utile riportare il tema su un piano più concreto, soprattutto per chi, nelle aziende e nelle organizzazioni, si trova oggi a dover progettare modelli di lavoro flessibili, distribuiti e sostenibili nel tempo.
Il punto non è dove si lavora, ma come è stato progettato il lavoro per funzionare indipendentemente dal luogo.
E, probabilmente, è proprio questo il passaggio che fa ancora fatica a entrare nel racconto pubblico: il nomadismo – quando è reale – non è una fuga, ma una costruzione.
Questo articolo riprende, in sintesi, l'originale pubblicato dall'autore su 'Esco quando voglio'