La storia di un freelance nato durante il Covid che pensava di essere “solo” un remote worker e ha scoperto di essere un professionista autonomo, con rischi, libertà e responsabilità da imprenditore.
All’inizio sembrava semplice. Era il 2020, il mondo si chiudeva in casa e lui apriva la Partita IVA quasi per necessità. Un contratto saltato, un’azienda in riorganizzazione, la promessa: “collaboriamo da remoto”. Nessuna scrivania, nessun badge, nessun orario fisso. Solo un portatile e una connessione stabile.
Si definiva lavoratore remoto. Diceva agli amici: “Lavoro per loro, ma da casa”. In realtà, già allora, qualcosa non tornava.
Non aveva ferie pagate. Non aveva malattia. Non aveva un responsabile che organizzasse la sua giornata. Nessuno coordinava il suo tempo. Nessuno gli assegnava un percorso di crescita. Gli chiedevano risultati, non presenza. E se un mese fatturava meno, il problema era solo suo.
Per un po’ ha vissuto questa condizione con entusiasmo. Niente traffico, niente open space, niente micro-management. Libertà geografica totale. Poteva lavorare dal tavolo della cucina o da una casa in montagna. Sembrava la realizzazione del sogno “remote”.
Poi è arrivato lo sconforto.
Perché quando un progetto si è chiuso, nessuno gli ha garantito continuità. Quando un cliente ha ritardato i pagamenti, nessun HR è intervenuto. Quando ha voluto aumentare le tariffe, ha capito che non stava chiedendo un adeguamento salariale: stava negoziando il valore della sua impresa, che coincideva con lui.
La svolta è arrivata quasi per frustrazione. Un commercialista gli ha detto una frase semplice: “Tu non sei un dipendente da remoto. Sei un professionista. E il tuo lavoro è, di fatto, quello di un imprenditore”.
All’inizio gli è sembrata un’esagerazione. Poi ha iniziato a guardare i numeri. Fatturato, costi, margini, investimenti in formazione, strumenti, assicurazioni. Ha capito che stava già gestendo un’attività economica. Solo che la stava vivendo con la mentalità del dipendente.
E lì è cambiato tutto.
Ha smesso di ragionare in termini di “ore lavorate” e ha iniziato a ragionare in termini di valore generato. Ha diversificato i clienti per non dipendere da uno solo. Ha definito un posizionamento chiaro. Ha creato un fondo di sicurezza per i mesi più lenti. Ha investito in competenze, non per piacere al “capo”, ma per aumentare il proprio mercato.
Ha anche smesso di raccontarsi una mezza verità: non poteva dire di “lavorare per un’unica impresa” se non era coordinato, organizzato e integrato come un dipendente. Non era subordinato. Era autonomo. E l’autonomia non è solo libertà: è responsabilità piena.
Questa presa di coscienza ha avuto un effetto psicologico potente. Dallo sconforto è passato alla lucidità. Se era un imprenditore di sé stesso, allora poteva scegliere. Poteva decidere con chi lavorare, a quali condizioni, da dove operare. Poteva rifiutare incarichi non coerenti. Poteva costruire una traiettoria.
Ha iniziato a lavorare davvero “da dove gli garbava”, ma non come fuga. Come scelta strategica. Due mesi in una città diversa, periodi più intensi e altri di studio, collaborazioni internazionali. Non più precarietà mascherata da smart working, ma un modello professionale consapevole.
Non tutti i freelance sono imprenditori nel senso classico del termine. Ma tutti, prima o poi, devono fare i conti con questa verità: se nessuno ti coordina, se nessuno si assume il rischio al posto tuo, se il tuo reddito dipende dalla tua capacità di generare opportunità, allora stai facendo impresa.
Il remote working può essere una modalità. L’autonomia è una condizione. Confonderle è l’errore più comune degli ultimi anni.
La storia di questo professionista nato durante il Covid non è un’eccezione. È il ritratto di una generazione che ha scoperto che la libertà non è un benefit aziendale, ma una competenza da imparare a gestire.
E che essere imprenditori di sé stessi non significa fare startup, ma assumersi la piena responsabilità del proprio lavoro.