Un’analisi del Financial Times riapre il dibattito sulle assunzioni di profili junior. Ma forse il problema non è né l’intelligenza artificiale né il lavoro remoto. È il modo in cui le aziende hanno smesso di investire nella formazione.
Negli ultimi diciotto mesi si è consolidata una narrativa apparentemente semplice. Le aziende assumono meno giovani. I neolaureati faticano a trovare il primo impiego. I ruoli entry-level si stanno riducendo. La colpa? L’intelligenza artificiale.
La spiegazione sembra intuitiva. Se un software può scrivere una bozza, analizzare dati, produrre codice o sintetizzare documenti, molte delle attività che tradizionalmente venivano affidate a un giovane assunto diventano improvvisamente automatizzabili. Il ragionamento fila. E infatti è stato ripetuto così tante volte da trasformarsi rapidamente in una verità quasi incontestata.
Eppure un recente articolo di John Burn-Murdoch sul Financial Times invita a guardare la questione da una prospettiva diversa. Non necessariamente opposta, ma certamente più complessa.
La provocazione è semplice: e se il vero fattore che sta penalizzando le assunzioni junior non fosse principalmente l’AI, ma il lavoro remoto?
A prima vista potrebbe sembrare l’ennesimo tentativo di riportare tutti in ufficio. Ma leggendo con attenzione l’analisi emerge qualcosa di più interessante.
Il punto non è che il lavoro remoto sia “cattivo”. Il punto è che molte aziende hanno scoperto che formare un giovane professionista a distanza è molto più difficile di quanto immaginassero.
Per anni il trasferimento di competenze è avvenuto quasi inconsapevolmente. Un neoassunto sedeva vicino a colleghi più esperti. Ascoltava telefonate. Osservava riunioni. Faceva domande. Imparava il linguaggio aziendale. Assorbiva cultura, relazioni e metodo di lavoro senza che nessuno dovesse progettare formalmente questo processo. Era una forma di apprendistato invisibile.
Quando il lavoro si è spostato online, quella dinamica si è improvvisamente interrotta. Non perché le persone abbiano smesso di collaborare, ma perché gran parte dell’apprendimento informale è sparito.
Un professionista con dieci o quindici anni di esperienza può lavorare da qualsiasi parte del mondo. Possiede già competenze, relazioni e autonomia. Sa come organizzarsi, come risolvere problemi e come orientarsi all’interno di un’organizzazione. Un ventiduenne al primo impiego no. E qui nasce il nodo centrale dell’articolo del Financial Times.
Secondo l’analisi, molte delle professioni che hanno registrato il calo più forte nelle assunzioni junior sono anche quelle che hanno adottato il lavoro remoto in modo più esteso. Al contrario, alcuni settori relativamente meno digitalizzati hanno mantenuto una maggiore capacità di inserire giovani lavoratori.
L’osservazione non dimostra che il lavoro remoto sia il responsabile diretto. Ma suggerisce che il fenomeno potrebbe essere più rilevante di quanto si pensi.
La questione, però, diventa davvero interessante quando la si osserva da una prospettiva più ampia. Perché il rischio è passare da una semplificazione all’altra. Prima era tutta colpa dell’AI. Ora rischia di diventare tutta colpa del lavoro remoto. In realtà entrambe le spiegazioni appaiono incomplete.
L’intelligenza artificiale sta certamente modificando il mercato del lavoro. Sarebbe ingenuo negarlo. Alcune attività che in passato venivano affidate a stagisti, junior analyst o assistenti oggi possono essere svolte più rapidamente da strumenti digitali.
Ma l’AI non elimina automaticamente il bisogno di nuovi professionisti. Semmai cambia il tipo di competenze richieste. Allo stesso tempo il lavoro remoto non elimina automaticamente la possibilità di formare giovani talenti. Obbliga le aziende a ripensare completamente il modo in cui avviene quella formazione ed è probabilmente qui che emerge il vero problema.
Molte organizzazioni hanno investito enormi risorse nella tecnologia. Hanno acquistato software. Hanno introdotto piattaforme collaborative. Hanno sperimentato strumenti di intelligenza artificiale. Hanno implementato nuovi processi digitali. Molto meno spesso hanno investito nella progettazione dell’apprendimento. Hanno dato per scontato che la crescita professionale sarebbe continuata a funzionare come prima. Ma il remote working non è semplicemente l’ufficio trasferito su Zoom. È un modello organizzativo completamente diverso.
Richiede documentazione migliore. Richiede manager più presenti. Richiede programmi di mentoring strutturati. Richiede formazione continua. Richiede processi che rendano visibile ciò che prima veniva appreso per osmosi.
Molte aziende non hanno mai completato questa trasformazione. E forse oggi ne stanno pagando il prezzo.
Da questo punto di vista il dibattito assume una rilevanza particolare anche per l’Italia.
Nel nostro Paese il lavoro remoto continua spesso a essere discusso come una questione ideologica. Da una parte chi lo considera la soluzione a tutti i problemi. Dall’altra chi lo ritiene responsabile di ogni inefficienza organizzativa. Entrambe le posizioni rischiano di ignorare la questione fondamentale.
Come si costruisce la prossima generazione di professionisti?
È una domanda che riguarda le grandi città, ma anche le aree periferiche, i piccoli comuni e tutte quelle realtà che negli ultimi anni hanno iniziato a vedere nel lavoro distribuito un’opportunità di sviluppo.
Se il remote working deve rappresentare una leva di riequilibrio territoriale, allora deve essere compatibile con la crescita professionale dei giovani. Non può diventare un privilegio riservato esclusivamente a chi possiede già esperienza.
Perché in quel caso il sistema finirebbe per alimentare una nuova forma di disuguaglianza.
I senior lavorerebbero ovunque. I giovani sarebbero costretti a concentrarsi nuovamente nei grandi centri.
Una conclusione paradossale per una rivoluzione che era nata proprio con l’obiettivo di ampliare le opportunità.
Forse, allora, il vero insegnamento dell’articolo del Financial Times non è che il lavoro remoto stia distruggendo le opportunità per i giovani. E nemmeno che l’intelligenza artificiale sia stata sopravvalutata.
Il messaggio potrebbe essere un altro.
Per anni abbiamo discusso di dove si lavora.
Molto meno abbiamo discusso di come si impara.
Eppure il futuro del lavoro potrebbe dipendere molto più dalla seconda domanda che dalla prima.
Articolo pubblicato in collaborazione con Azienda Top