Negli ultimi anni la distinzione classica tra lavoro dipendente e autonomo è stata messa sempre più in crisi dalle trasformazioni del mercato del lavoro: contratti misti, lavoro digitale, prestazioni organizzate da terzi, e forme contrattuali ibride difficili da classificare. Per rispondere a questa evoluzione, già nel 2018 l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) ha introdotto una nuova categoria statistica chiamata dependent contractor, pensata per descrivere chi è formalmente autonomo ma operativamente dipendente da un committente.
Secondo la Policy Brief n. 37/2026 dell’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche), in Italia sono stimati 494 mila lavoratori in questa situazione, equivalenti al 18,5 % degli autonomi senza dipendenti.
Chi sono i dependent contractor?
I dependent contractor sono lavoratori che:
- hanno contratti di natura commerciale o professionale, senza rapporto di lavoro subordinato formale;
- dipendono quasi esclusivamente da un solo committente per reddito ed accesso al mercato;
- non esercitano pienamente controllo su tariffe, strumenti, orari o organizzazione del lavoro.
«Formalmente autonomi, ma con vincoli economici e organizzativi simili a quelli dei dipendenti»: questa è la sintesi del profilo statistico che emerge dall’analisi.
Un profilo demografico e contrattuale
I dati mostrano alcune caratteristiche ricorrenti:
- Si tratta prevalentemente di giovani lavoratori, con redditi tendenzialmente più bassi rispetto ai colleghi autonomi “puri”.
- Spesso lavorano in settori del terziario o di servizi dove la dipendenza contrattuale da un singolo cliente è più facile da mantenere.
- La stabilità del rapporto di lavoro è ridotta: non vi sono garanzie di continuità, né ferie pagate, né tutele come assicurazione contro la disoccupazione.
Questa figura si colloca tra il lavoratore autonomo e il dipendente: economicamente espone il lavoratore ai rischi dell’impresa individuale (tasse, contributi, costi di gestione), ma dal punto di vista organizzativo e contrattuale è spesso vincolato da orari, committenti e regole simili a quelle del lavoro subordinato.
Perché il fenomeno conta (e cresce)
La categoria dei dependent contractor è emersa proprio perché le statistiche tradizionali non riuscivano a catturare questa forma di lavoro ibrido: fino a poco tempo fa veniva spesso classificata come “autonomo” o come “dipendente” senza distinzione reale.
In Italia questa nuova misura statistica consente per la prima volta di quantificare fenomeni strutturali del mercato del lavoro: quasi 1 lavoratore autonomo su 5 senza dipendenti è in realtà economicamente dipendente da un unico cliente.
Questo dato rivela che molti lavoratori con partita IVA o contratti di collaborazione non hanno quella libertà imprenditoriale che la definizione formale di “autonomo” dovrebbe garantire: il confine tra subordinazione e autonomia si è fatto sfumato, soprattutto per i più giovani o per chi entra nel mercato del lavoro con meno esperienza.
Quali implicazioni normative e sociali
La distinzione conta perché determina diritti, tutele e coperture sociali. Il lavoratore dipendente ha ad esempio diritto a ferie retribuite, malattia, disoccupazione e tutele previdenziali automatiche; chi lavora come autonomo — anche se economicamente dipendente — non ha queste garanzie.
Il riconoscimento statistico dei dependent contractor apre quindi la strada alla necessità di riforme legislative che colmino il vuoto tra lavoro dipendente e autonomo formale, garantendo tutele effettive ai lavoratori che, seppur formalmente indipendenti, operano in condizioni di dipendenza economica da un unico committente.
Contenuto editoriale in collaborazione con AziendaTop.it