La notizia del controllo giudiziario disposto dalla Procura di Milano nei confronti di Deliveroo Italy – dopo un provvedimento analogo nel caso Glovo – non è solo una questione penale o societaria. È, prima di tutto, una questione di lavoro. E quindi di cultura HR.
Al centro dell’indagine c’è l’ipotesi di caporalato digitale: rider formalmente autonomi, ma inseriti in un sistema organizzativo che, secondo l’accusa, li sottoporrebbe a un controllo stringente attraverso l’algoritmo. Accesso al lavoro tramite log-in, assegnazione automatica degli ordini, monitoraggio costante via GPS, valutazioni su produttività e continuità, penalizzazioni in caso di cancellazioni o assenze. Un modello che pone una domanda cruciale: quando l’autonomia è reale e quando, invece, diventa una finzione contrattuale?
Le testimonianze raccolte parlano di compensi tra i 3 e i 4 euro a consegna, turni di 9-11 ore al giorno per sei o sette giorni a settimana, costi di esercizio a carico del rider, e redditi che in molti casi restano sotto la soglia di povertà. Alcuni dichiarano di non potersi permettere di rifiutare consegne per non perdere punteggio e accesso agli slot migliori. Il dato più delicato, però, è culturale: il lavoro percepito come una corsa continua, senza protezioni e senza prospettive.
Per chi si occupa di risorse umane, la questione va oltre il perimetro della gig economy. Il punto è la dignità del lavoro in un contesto sempre più digitale. L’algoritmo è uno strumento straordinario di efficienza, ma non può diventare un sostituto della responsabilità organizzativa. Se un sistema assegna compiti, misura performance, applica sanzioni e determina il compenso, è legittimo chiedersi chi sia il vero “datore di lavoro”: la piattaforma o il contratto?
La giurisprudenza italiana ed europea, negli ultimi anni, ha già messo in discussione l’idea che l’etichetta di “autonomo” basti a escludere un rapporto di subordinazione. La direzione è chiara: laddove vi siano eterodirezione, continuità e dipendenza economica, le tutele devono adeguarsi. Non è un tema ideologico, ma di equilibrio tra flessibilità e protezione.
C’è poi un tema di employer branding e sostenibilità. In un mercato del lavoro sempre più attento ai valori ESG, la dimensione sociale non può essere un capitolo secondario. Le aziende che operano tramite piattaforme digitali – ma anche quelle che si avvalgono di tali servizi lungo la filiera – sono chiamate a interrogarsi sulla coerenza tra modello operativo e dichiarazioni di responsabilità sociale.
Il controllo giudiziario non equivale a una condanna, ma rappresenta un segnale forte: la tolleranza verso modelli opachi si sta riducendo. Per il mondo HR, è l’occasione per ripensare la gestione del lavoro digitale in modo strutturale. Trasparenza sugli algoritmi, criteri chiari di assegnazione delle performance, compensi adeguati, coperture assicurative e previdenziali coerenti con il rischio assunto: questi non sono costi accessori, ma investimenti reputazionali e di sistema.
La gig economy non scomparirà. La flessibilità è una domanda reale, sia da parte delle imprese sia da parte di molti lavoratori. Ma flessibilità non può significare vulnerabilità. Se l’innovazione tecnologica non è accompagnata da un’innovazione contrattuale e culturale, il rischio è quello di trasformare l’efficienza in precarietà strutturale.
La sfida per le risorse umane è chiara: riportare la persona al centro anche quando il lavoro è mediato da una app. Perché un algoritmo può ottimizzare una consegna, ma non può sostituire il principio costituzionale della dignità del lavoro.