Ci sono espressioni che sembrano nate per restare perché riescono a spiegare una trasformazione complessa molto meglio di decine di definizioni tecniche. “Nomadi stanziali” è una di quelle.
L’idea arriva dall’articolo pubblicato questa settimana da Piero Formica, economista e studioso dell’innovazione, che prova a descrivere una categoria crescente di professionisti iperconnessi che vivono fisicamente in un luogo ma lavorano, collaborano e producono valore su scala globale.
È un ossimoro apparentemente impossibile: il nomade si muove, lo stanziale resta. Eppure il punto centrale dell’articolo è proprio questo. Sempre più persone oggi sono contemporaneamente stabili dal punto di vista geografico e mobili dal punto di vista professionale, relazionale e cognitivo.
Per anni abbiamo raccontato il fenomeno attraverso il termine “digital nomad”, ma quella definizione negli ultimi tempi si è progressivamente svuotata. Troppo associata a una narrazione lifestyle fatta di coworking tropicali, laptop davanti all’oceano e mobilità continua trasformata quasi in estetica.
Nel frattempo il mondo del lavoro è cambiato molto più rapidamente della sua rappresentazione.
Una parte crescente di professionisti non cerca più il movimento permanente. Dopo anni di ipermobilità, molte persone stanno cercando una nuova forma di equilibrio. Vogliono qualità della vita, stabilità relazionale, contesti meno stressanti, tempi più sostenibili e città più vivibili, senza però rinunciare a una dimensione professionale internazionale.
Ed è qui che il concetto di “nomade stanziale” diventa interessante.
Formica descrive questi soggetti come lavoratori della conoscenza che operano all’interno di reti globali pur vivendo localmente. Professionisti che possono abitare in una città secondaria, in una piccola comunità o in un territorio periferico, continuando però a collaborare quotidianamente con clienti, aziende, istituzioni o team distribuiti in tutto il mondo.
L’articolo cita dati molto significativi. Oggi circa il 30% della forza lavoro globale appartiene già alla categoria dei knowledge workers, mentre le proiezioni indicano che questa quota potrebbe arrivare al 60% entro il 2030. Secondo i dati UNESCO e WIPO richiamati nel testo, i ricercatori equivalenti a tempo pieno nel mondo hanno già superato gli 8,8-9 milioni, mentre l’intera economia della conoscenza coinvolge decine di milioni di professionisti.
Eppure, nonostante queste trasformazioni, gran parte delle istituzioni continua a ragionare secondo categorie novecentesche.
Dove lavori? In quale sede? In quale città produci valore? Dove si trova il tuo centro professionale?
Il problema è che per una fascia crescente di lavoratori il “centro” non esiste più nel senso tradizionale del termine.
È proprio questo il passaggio più provocatorio dell’articolo di Formica. I nomadi stanziali vengono descritti come figure quasi “invisibili” ai sistemi amministrativi e statistici tradizionali, perché sfuggono alle categorie classiche. Non sono emigrati nel senso storico del termine, ma non sono neppure lavoratori completamente radicati dentro economie locali tradizionali.
Dal punto di vista del lavoro agile, il fenomeno apre questioni enormi.
Cambia il rapporto tra territorio e opportunità professionali. Cambia il significato stesso di mobilità. Cambia il ruolo delle città intermedie e delle aree considerate periferiche. E soprattutto cambia l’idea che la crescita professionale debba necessariamente coincidere con il trasferimento verso grandi hub urbani.
Naturalmente non bisogna trasformare tutto questo in una visione ingenuamente romantica. Non ogni attività svolta da remoto produce innovazione. Non ogni territorio è davvero pronto ad accogliere professionisti globali. E non basta aprire uno spazio coworking per creare automaticamente un ecosistema internazionale.
Tuttavia l’intuizione di Formica resta molto interessante perché sposta il dibattito dal semplice lavoro remoto al tema più ampio del capitale cognitivo distribuito.
Forse il punto non è più capire soltanto dove lavorano le persone, ma come stanno cambiando le relazioni tra conoscenza, territori e qualità della vita.
Ed è possibile che il vero futuro dello smart working non sia fatto di professionisti eternamente in transito, ma di persone capaci di restare, costruire relazioni stabili e allo stesso tempo continuare a operare dentro reti globali.
Forse, appunto, nomadi stanziali.
Questo articolo è una sintesi dell'intervento pubblicato dall'autore su www.escoquandovoglio.io