Tagli al personale per ridurre i costi e pochi mesi dopo nuove assunzioni per recuperare competenze perdute. Un fenomeno sempre più diffuso nelle aziende globali che offre anche una lezione per il sistema produttivo italiano.
Negli ultimi anni il mondo del lavoro è stato attraversato da una lunga stagione di licenziamenti, soprattutto nei settori tecnologici e nei servizi digitali. Ma dietro questa ondata di ristrutturazioni sta emergendo un fenomeno meno raccontato: molte aziende stanno riassumendo persone che avevano appena licenziato.
Secondo uno studio della società di outplacement Careerminds, pubblicato nel 2026 e basato su un sondaggio tra 600 responsabili HR, il 32,7% delle organizzazioni che avevano effettuato licenziamenti legati all’introduzione dell’intelligenza artificiale ha successivamente riassunto tra il 25% e il 50% dei ruoli eliminati. Inoltre, un ulteriore 35,6% ha riassunto più della metà delle posizioni tagliate.
Il motivo è semplice: eliminare posizioni è relativamente facile, ma ricostruire competenze e conoscenze operative è molto più complesso.
Il costo nascosto dei licenziamenti
Quando un dipendente lascia l’azienda non porta via soltanto una funzione organizzativa. Porta con sé relazioni, esperienza operativa, conoscenza dei processi e spesso anche una memoria informale di come funzionano realmente le attività quotidiane.
Questo capitale intangibile è difficile da sostituire.
Non sorprende quindi che molte aziende abbiano scoperto rapidamente i limiti delle ristrutturazioni troppo aggressive. Alcune imprese, soprattutto nel settore tecnologico, hanno già iniziato a riassumere ex dipendenti o figure molto simili a quelle eliminate.
Il fenomeno dei cosiddetti “boomerang employees”, cioè dipendenti che tornano nella stessa azienda dopo un periodo fuori, è infatti in crescita in diversi settori.
Una lezione anche per le imprese italiane
Per il sistema produttivo italiano il tema è particolarmente rilevante. Il Paese è caratterizzato da un tessuto imprenditoriale dominato da piccole e medie imprese, dove le competenze individuali hanno spesso un peso molto maggiore rispetto alle grandi organizzazioni.
Quando una PMI perde una figura chiave — un tecnico specializzato, un commerciale con un portafoglio clienti consolidato o un manager con esperienza internazionale — l’impatto sull’organizzazione può essere molto più forte.
Per questo motivo sempre più osservatori sottolineano che il vero tema manageriale non è soltanto la riduzione dei costi, ma la gestione strategica delle competenze.
Il vero nodo: progettare il lavoro prima dei tagli
Diversi studi sul mercato del lavoro suggeriscono che il problema non è tanto la decisione di ridurre il personale, quanto il modo in cui questa decisione viene presa.
Molte aziende eliminano ruoli senza ridefinire prima il lavoro che resterà all’interno dell’organizzazione. Il risultato è che le attività continuano a esistere, ma non c’è più chi le svolge.
È per questo che sempre più imprese stanno iniziando a sperimentare approcci diversi: formazione interna, mobilità tra reparti e riqualificazione dei lavoratori invece di licenziamenti permanenti.
In un’economia sempre più basata su conoscenza e innovazione, il capitale umano resta infatti una delle risorse più difficili da ricostruire una volta perduta.
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