Quando una grande azienda attraversa una fase di ristrutturazione profonda, non è solo l’organigramma a cambiare. Cambia il clima interno, cambia il linguaggio, cambiano i rituali. E spesso, prima ancora dei comunicati ufficiali, a raccontarlo sono le conversazioni informali. In questi giorni, dentro Amazon, a parlare non sono stati i manager ma i meme.
Secondo quanto riportato da Business Insider, Amazon si prepara a un nuovo round di licenziamenti che potrebbe colpire migliaia di ruoli corporate, dopo i circa 14.000 tagli annunciati nell’autunno scorso. In assenza di una comunicazione chiara e centralizzata, migliaia di dipendenti hanno iniziato a scambiarsi battute e immagini ironiche in un grande canale Slack interno. Un classico meccanismo di coping, certo. Ma anche un segnale organizzativo molto preciso.
Il bersaglio dell’ironia è la famosissima “two-pizza rule”, attribuita al fondatore Jeff Bezos: nessun team dovrebbe essere così grande da non poter essere sfamato con due pizze. Un principio nato per rendere i team più agili, responsabilizzati, veloci nelle decisioni. Oggi, però, quella metafora ritorna in forma rovesciata: una sola fetta di pizza per rappresentare team sempre più ridotti, manager con span of control in crescita, carichi di lavoro redistribuiti senza un racconto condiviso.
Il punto interessante, per chi si occupa di HR, organizzazione e lavoro, non è la battuta in sé. È il contesto. Le persone non stanno solo scherzando sui tagli: stanno commentando un vuoto comunicativo. Stanno provando a dare senso a decisioni che percepiscono come opache, o quantomeno lontane dalla retorica aziendale che per anni ha fatto leva su cultura, appartenenza e purpose.
Nel frattempo, il CEO Andy Jassy ha parlato più volte di “snellire” l’organizzazione per renderla più “nimble”, più reattiva. Un messaggio coerente sul piano strategico, ma che rischia di suonare astratto se non è accompagnato da una narrazione umana, concreta, capace di riconoscere l’impatto reale sulle persone. Non a caso, tra i meme circolati internamente, compaiono checklist ironiche del tipo: “riesco ancora a fare login?”, “Slack funziona?”, “nessun meeting HR improvviso in agenda”.
Il fenomeno non è nuovo. Già nel 2023, dopo i licenziamenti di massa, anche Google aveva visto esplodere una produzione simile di satira interna. Ma ogni volta il copione è lo stesso: quando la comunicazione istituzionale si ritrae, l’organizzazione parla da sola. E lo fa con il linguaggio che ha a disposizione.
C’è poi un ulteriore livello di lettura. La two-pizza rule nasceva in un’epoca di crescita, di sperimentazione, di empowerment diffuso. Riproporla oggi, implicitamente o esplicitamente, in un contesto di contrazione e licenziamenti, mette a nudo una tensione irrisolta: fino a che punto i principi culturali sono strumenti vivi, e quando diventano slogan riciclati per giustificare decisioni già prese altrove?
Per chi lavora nelle risorse umane, questo caso è un promemoria utile. Le persone non chiedono necessariamente certezze assolute, soprattutto in fasi macroeconomiche complesse. Chiedono però coerenza, rispetto e un racconto onesto. Anche dire “non sappiamo ancora tutto” è spesso meglio che lasciare spazio al sarcasmo come unico collante emotivo.
Forse la vera domanda non è quante pizze servano per un team, ma chi è seduto al tavolo quando si decide chi resta e chi no. Se la cultura aziendale funziona solo nei momenti di espansione, allora non è cultura: è marketing interno. Le organizzazioni davvero mature si riconoscono nel modo in cui comunicano quando devono dare cattive notizie. E lì, purtroppo, due pizze non bastano.