Quattro giorni di lavoro a settimana: mito, realtà e trade-off di un modello che funziona (ma non per tutti)
Avvisiamo subito: sì, anche noi stiamo per scrivere un pezzo sul “mitico” 4-day work week. Ci perdonerete la scivolata nel clickbait — il Financial Times lo ha fatto, Il Sole 24 Ore pure (per criticarlo e poi rilanciare con un titolo altrettanto accattivante). Ma stavolta ci sentiamo legittimati: perché se c’è un ambito in cui Smart Working Magazine ha voce, è proprio qui, dove lavoro, vita e produttività si incastrano come Tetris.
Il laboratorio olandese
Mentre il resto del mondo si scanna su pro e contro, l’Olanda ha già fatto la sua scelta: lavorare meno ore, meglio distribuite.
- Ore medie settimanali: 32,1 (il dato più basso d’Europa).
- Occupazione: 82% degli adulti in età da lavoro, contro il 75% UK, 72% USA e 69% Francia.
- Produttività: alta per ora lavorata, sufficiente a mantenere uno dei PIL pro capite più robusti della UE.
E soprattutto: la settimana corta è ormai normalizzata. Tanto che chi osa lavorare cinque giorni, racconta un economista della ING, rischia di essere guardato storto.
Da “breadwinner” a “papadag”
La rivoluzione è partita negli anni ’80 e ’90 quando le donne hanno iniziato a entrare nel mercato in modalità part-time, sostenute da un sistema fiscale che incoraggiava il modello “un lavoratore e mezzo”. Nel tempo, anche gli uomini hanno iniziato a ridurre le ore, spesso per dedicarsi ai figli.
Il risultato? Oggi in Olanda è comune che un bambino abbia il suo “papa day”, il giorno in cui è il padre a occuparsi di tutto.
Le luci…
L’esperimento olandese smentisce alcuni luoghi comuni:
- Lavorare meno non significa produrre di meno (se la produttività oraria è alta).
- Un mercato del lavoro più inclusivo aumenta la partecipazione femminile e riduce la disoccupazione.
- Con meno ore individuali, si spalma il lavoro su più persone e più fasi della vita.
Ah, e piccolo dettaglio: secondo le statistiche internazionali, i bambini olandesi sono i più felici del mondo ricco.
…e le ombre
Ovviamente, non è tutto idillio tulipani e biciclette.
- Il part-time resta molto più diffuso tra le donne, con un effetto frenata sulle carriere e un tasso bassissimo di manager donne (27%).
- I settori chiave, come la scuola, soffrono carenze croniche di personale: se i prof lavorano meno, i buchi negli orari diventano un incubo per famiglie e studenti.
- Non tutti i settori possono permettersi compressioni o riduzioni senza sacrificare servizi.
E noi?
La lezione non è “tutti a casa il venerdì”, ma che modelli diversi sono possibili. Si possono ridistribuire ore e carichi di lavoro senza far collassare l’economia (anzi, con alcuni benefici). Ma serve accettare i trade-off: tra PIL e benessere, tra carriera e cura, tra flessibilità e servizi.
In un’Italia che discute ancora se lo smart working sia un lusso o un rischio, guardare a ciò che accade nei Paesi Bassi è utile: ci ricorda che la produttività non dipende solo dal numero di ore in ufficio, ma da come le ore — e le persone — vengono messe a sistema.
E magari un giorno anche noi potremo dire: “lavoro quattro giorni, e nessuno mi guarda strano”.