Dal 7 aprile 2026 entra ufficialmente in vigore il rafforzamento degli obblighi in materia di salute e sicurezza per il lavoro agile previsto dalla Legge n. 34/2026. Non si tratta di una disciplina completamente nuova, ma di un intervento che rende effettivo e sanzionabile un obbligo già esistente, previsto dall’art. 22 della Legge n. 81/2017.
Il punto centrale è l’informativa sui rischi: il datore di lavoro è tenuto a consegnarla almeno una volta all’anno sia al lavoratore sia al Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS), includendo i rischi generali e specifici connessi alla prestazione da remoto. Tra questi rientrano l’utilizzo di videoterminali, l’affaticamento visivo, i problemi posturali, lo stress lavoro-correlato e le condizioni dell’ambiente domestico.
L’elemento di discontinuità è che l’informativa non è più un adempimento sostanzialmente formale, ma un obbligo con conseguenze dirette in caso di inadempimento.
Il passaggio chiave: l’introduzione delle sanzioni
Con la modifica del D.Lgs. 81/2008, il mancato adempimento comporta sanzioni rilevanti: arresto da due a quattro mesi oppure ammenda fino a 7.403,96 euro. Si tratta di un salto qualitativo importante, perché porta il lavoro agile all’interno di un perimetro di responsabilità penale già noto nel contesto della sicurezza sul lavoro tradizionale.
La ratio normativa è coerente: nel momento in cui il luogo di lavoro diventa “diffuso” e non direttamente controllabile, la tutela si sposta sull’informazione e sulla responsabilizzazione del lavoratore. Il datore di lavoro non può più limitarsi a una policy generica, ma deve dimostrare di aver trasferito conoscenze e consapevolezza sui rischi.
Il contesto reale: diffusione ancora limitata
Secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel 2025 i lavoratori in modalità agile in Italia sono circa 3,575 milioni, con una crescita marginale rispetto all’anno precedente.
Il dato, però, va letto nella sua composizione:
- forte concentrazione nelle grandi imprese (oltre il 50% del personale coinvolto)
- crescita significativa nella Pubblica Amministrazione
- contrazione nelle PMI e microimprese, dove lo smart working resta marginale
A fronte di questo, il potenziale teorico stimato è molto più ampio: circa 6,5 milioni di lavoratori potrebbero operare da remoto almeno per metà del tempo.
Questo squilibrio è il vero tema strutturale.
Il nodo per HR e organizzazioni
Per chi si occupa di HR, compliance e organizzazione del lavoro, la questione non è tanto cosa prevede la norma — che è chiara — ma quale sarà il suo impatto reale.
L’obbligo di informativa annuale rischia di trasformarsi in un documento standardizzato, aggiornato formalmente e archiviato, più utile a dimostrare l’adempimento che a incidere sui comportamenti.
Il rischio è quello di una compliance difensiva, in cui:
- l’azienda si tutela formalmente
- il lavoratore firma ma non modifica le proprie abitudini
- il documento esiste, ma non produce cultura
Si tratta di una dinamica già osservata in molte aree della sicurezza sul lavoro.
Tra principio corretto e applicazione discutibile
Il principio alla base della norma è difficilmente contestabile: la sicurezza deve accompagnare anche il lavoro fuori dall’ufficio.
Il problema è il mezzo scelto.
Un obbligo documentale annuale, per sua natura, tende a cristallizzare un fenomeno che invece è dinamico: ambienti di lavoro diversi, strumenti che cambiano, modalità ibride che evolvono continuamente.
Le esperienze più avanzate - soprattutto in contesti internazionali - mostrano approcci diversi, basati su formazione continua, strumenti digitali di autovalutazione e responsabilizzazione progressiva, più che su un singolo documento periodico.
Per le aziende non è più possibile sottovalutare l’adempimento: le conseguenze sono concrete e rilevanti. Ma limitarsi a produrre un’informativa non sarà sufficiente per gestire davvero il rischio.
La domanda resta aperta, soprattutto per chi governa organizzazioni e persone:
stiamo rafforzando la qualità del lavoro agile o stiamo aggiungendo un ulteriore livello di burocrazia a un modello che dovrebbe, per definizione, semplificare?